Luna e dintorni
Blog di magie stregonerie e varie amenità
Le religioni del libro
E' l'alba. Non ho dormito stanotte ma naturalmente, essendo Dio, non ho dormito nessuna notte da quando l'ho inventata, la notte. Il sonno è distacco dalla realtà, perdita di coscienza ed essendo io la Coscienza Suprema il mio sonno sarebbe una contraddizione. D'altra parte sono anche onnipotente e questa cosa del "non poter" dormire suona anch'essa uno zinzino stonata. Non ha importanza, non devo spiegazioni a nessuno, al massimo delle scuse ma per queste occorrerebbe un esame di "coscienza". Ha ha ha! No, no, basta così, meglio non indugiare troppo sull'ironia, succedono cose spiacevoli alle mie creazioni quando mi ci abbandono. Sarò anche instancabile ma rifare tutto daccapo è una seccatura anche per un dio. Anzi, 'sta cosa dell'instancabilità è meglio sminuirla subito, tanto per porre un limite alle infinite, noiose richieste del popolo che ho creato: già che son qua a mettere nero su bianco ogni cosa per non prendermi il disturbo di intervenire continuamente. Dunque cominciamo. Intanto gli inizi, cieli...terre..acqua... creature -qui ci inseriamo un giorno di riposo, messaggio subliminale riguardo l'instancabilità- e poi? Naturalmente la storia già passata che nessuno si è preso la briga di testimoniare, anche perché ho tralasciato di lasciare qualche testimone. E ovviamente le regole, vediamo di accontentarli tutti ma senza strafare... trovato: lasciamo godere solo uno dei due sessi, così diamo un senso anche all'averli differenziati. Ora un po' mi dispiace di non averne fatti tre come l'ultima volta, ma no, meglio così, fan già abbastanza le differenze di razza. Un po' di buoni consigli e perle di saggezza, se non la dispenso io chi altri potrebbe farlo? Profezie a go go, profeti anche, ma lasciamo i nomi in bianco posso sempre cambiare idea... E per finire, il futuro, catastrofico è meglio ma senza sopprimere del tutto la speranza, se non gli lascio qualcosa a cui aggrapparsi su che si baserà la loro adorazione? La sofferenza non ha dato i risultati sperati e la coercizione non è appagante. Non tanto quanto credevo. Finito. Firma? Mhhh, no, no, con che nome dovrei firmare? Lasciamo che ogni popolo mi dia il nome che vuole altrimenti sottraggo loro un motivo in più di discordia. Basta "Unico Dio" o anche qualche bell'enigma: Io sono il Principio, il Verbo, l'Alfa e l'Omega si, si suonano tutti bene. E adesso... stampa! Naturalmente non nel senso letterale del termine visto che i miei piccoli trogloditi non l'hanno ancora inventata, o meglio scoperta, qui chi crea sono solo io; vabbè, allora creazione delle copie. Quanti sono? Un paio di miliardi di copie sono una bazzecola per l'Onnipotente e anche le traduzioni nelle loro lingue visto che le ho create io dopo quella incazzatura giù a Babele. E ora distribuzione. Un bel miracolo mattutino dovrebbe convincere anche i più recalcitranti dell'origine divina del testo. Il testo... uno solo? Ma perché limitarsi? Sono o non sono uno e trino? e facciamone almeno tre, tanto per quello che ho da fare oggi... e poi prevedo molto, molto più divertimento. A posto. Oggi ogni uomo, donna e bambino si sveglierà con appoggiata sul cuore una copia del mio libro e la capacità immediata di leggerne il contenuto e per dare una spintarella in più alla loro fede sempre vacillante facciamogli anche lasciare un bel segno di bruciatura sulla pelle. No, un momento, le donne avevamo detto di no, solo i maschi allora e del resto mi pare una buona idea l'analfabetismo femminile. Uno schiocco di dita e.... Fiat voluntas Dei.
Se non vi siete svegliati una mattina con la vostra copia del Corano, della Bibbia o della Torah appoggiata sul cuore con una vistosa bruciatura a forma di libro e la capacità misteriosa di leggerne e comprenderne il contenuto (in lingua originale), se la vostra copia, sempre che ne possediate una, l'avete reperita in altro modo, non è perché non siete vissuti al tempo in cui è stata scritta e nemmeno perché siete donne, perché nemmeno a coloro ai quali è toccato vivere in quei lontani giorni è capitato di riceverla così. E mi sembra perfino superfluo scriverne.
Se non vi siete svegliati una mattina con la vostra copia del Corano, della Bibbia o della Torah appoggiata sul cuore con una vistosa bruciatura a forma di libro e la capacità misteriosa di leggerne e comprenderne il contenuto (in lingua originale), se la vostra copia, sempre che ne possediate una, l'avete reperita in altro modo, non è perché non siete vissuti al tempo in cui è stata scritta e nemmeno perché siete donne, perché nemmeno a coloro ai quali è toccato vivere in quei lontani giorni è capitato di riceverla così. E mi sembra perfino superfluo scriverne.
Conosci te stesso
Conosci te stesso
Frase famosissima, che molti attribuiscono a Socrate, ma in realtà è Socrate che ne è stato illuminato e vi ha articolato intorno la sua dottrina. La frase intera è : "Ti avverto chiunque tu sia, oh tu, che desideri sondare gli arcani della natura, se non riuscirai a trovare dentro te stesso ciò che cerchi, non potrai trovarlo nemmeno fuori. Se ignori le meraviglie della tua casa, come pretendi di trovare altre meraviglie? In te si trova occulto il tesoro degli Dei, oh uomo, conosci te stesso e conoscerai l'universo e gli Dei" e una sintesi (conosci te stesso) si trovava scolpita sul frontespizio dell'Oracolo di Delfi. Per quanti non sapessero di cosa sto narrando,l'oracolo può essere sia una creatura vivente sia un ente dispensatore di saggi consigli o profezie, naturalmente di natura divina. Quello di Delfi era un imponente complesso, costruito nei pressi della città omonima, sorgente su una non meglio definita (almeno per me) pozza sulfurea di probabile natura vulcanica, i cui vapori procuravano alle Pizie -le sacerdotesse- visioni, delirii, e spesso anche la morte. Al disopra della fessura sedeva la Pizia e ne inalava i vapori pregni di idrocarburi che le procuravano le visioni, aiutati anche dal soffitto ricoperto di frasche d'alloro che al calore dei fumi emanava tutto il suo contributo mantico (se vi viene voglia di mettervi a annusare il gas della bombola o aspirare fumi di alloro, sappiate che lo fate a vostro rischio e pericolo: chiscrive declina ogni responsabilità per le baggianate dei propri lettori)
Al di là di ogni possibile considerazione sull'argomento in se, è obbligo riconoscere a questa frase un valore di verità assoluta: il cammino di ogniuno non può non incrociare presto o tardi la necessità di una profonda introspezione.
Ovviamente, come al solito, tutti siamo certi di essere per noi stessi dei libri aperti, di non avere niente di niente di occulto dentro la testolina o nel cuore o in qualunque altro organo (esclusi magari due calcoli al fegato)e di avere sufficienti conoscenze del proprio corpo, conoscenze acquisite con l'uso regolare e ininterrotto dalla nascita ad oggi.
E ovviamente, come al solito, io affermo il contrario. Sono nata Bastiancontrario, non c'è cura.
Dando per scontato che vogliate concedermi la fiducia (morivo dalla voglia di inserirlo in qualche contesto, se inizio a scrivere: "Mi consenta" preoccupatevi!) iniziamo a vedere come si può fare.
Innanzitutto non sarebbe male cominciare a guardarsi dall'esterno, anche se la vostra immagine riflessa la conoscete a memoria e magari c'è qualcuno che ne farebbe volentieri a meno, ma tanto ce la portiamo appresso ventiquattr'ore su ventiquattro, vederla o meno fa poca differenza. A questo scopo uno specchio e magari una candela sono tutto il necessaire: guardatevi come se non vi conosceste affatto, guardatevi come si guarda un estraneo e cercate di capire che personalità possiede quello sconosciuto che vi sta di fronte. Guardatevi a diverse ore del giorno e con il buio della notte (per questo fa comodo una candela) e se vi piace lavorare un po' di più tenete un quaderno dove scriverete le impressioni che questa "persona sconosciuta" vi ha lasciato alle varie ore del giorno e per più giorni.
Atto secondo: osservate i vostri gesti, la vostra gestualità implica una buona approssimazione di voi stessi, usate il quaderno per annotarvi cosa i vostri gesti lasciano trasparire di voi stessi, questo vi porterà a volte a chiaccherare di politica o recensire un film appena visto con l'immagine riflessa nello specchio, ma se vi siete prima accertati di essere soli in casa la cosa è tranquillamente fattibile. E il fatto di sentirvi un po' ridicoli è anch'esso una spia della vostra interiorità: se vi vergognate con voi stessi cosa mai farete con gli estranei?
Adesso cominciate a scrivere sul quaderno una sorta di curriculum vitae del soggetto, lo stile lo deciderete voi come più vi è congeniale: diario, curriculum, cartella clinica, xfile, cartellina ... quello che vi pare. Metteteci tutto quello che vi riguarda, in sezioni separate: lavoro, famiglia, hobbies, gusti (...), sentimenti, emozioni, ricordi... tutto. Forse un quaderno solo non vi basterà.
Dopo che vi sarete fatti un'idea precisa e scritta di quello che credete di essere buttate tutto alle ortiche... no, no, scherzo. Quello che dovreste fare è attribuire una paternità a ogni sfaccettatura della vostra vita. Esempio: siete sposati . Ricerca: perchè? Cosa ho imparato durante l'infanzia riguardo il matrimonio? Cosa acquisito dall'educazione e cosa vissuto? Quali erano le vostre idee al riguardo? E quelle di vostra madre? E di vostra nonna? Quelle degli insegnanti? Qual'è attualmente la vostra opinione ? E quanta parte di questa opinione è davvero vostra e non un insegnamento inculcato da altri? Siete sposati, ma se non lo foste sarebbe una cosa riprovevole o una liberazione? Ovviamente è un esempio, le sfaccettature della vita sono tante e varie ci vuole tempo per osservarle tutte, specialmente con vero spirito critico e distacco. Pensare a voi stessi come a estranei aiuta comunque.
Ora siete pronti a analizzare le vostre azioni e per azioni intendo tutto quello che fate della vostra vita: lavoro, viaggi, scelte, educational, divertimenti... tutto. Usate lo stesso sistema usato per l'esempio del matrimonio. Ovvio che un simile lavoro su se stessi non si compie in un giorno solo, ci vorrà del tempo, anche molto tempo (ma che vi importa? Non dovete mica darci l'esame) ma alla fine del percorso sarete pronti per una introspezione più profonda, dove comincerete a intravedere e esplorare la vostra parte spirituale e come dice la Pizia : Conoscere gli Dei.
Frase famosissima, che molti attribuiscono a Socrate, ma in realtà è Socrate che ne è stato illuminato e vi ha articolato intorno la sua dottrina. La frase intera è : "Ti avverto chiunque tu sia, oh tu, che desideri sondare gli arcani della natura, se non riuscirai a trovare dentro te stesso ciò che cerchi, non potrai trovarlo nemmeno fuori. Se ignori le meraviglie della tua casa, come pretendi di trovare altre meraviglie? In te si trova occulto il tesoro degli Dei, oh uomo, conosci te stesso e conoscerai l'universo e gli Dei" e una sintesi (conosci te stesso) si trovava scolpita sul frontespizio dell'Oracolo di Delfi. Per quanti non sapessero di cosa sto narrando,l'oracolo può essere sia una creatura vivente sia un ente dispensatore di saggi consigli o profezie, naturalmente di natura divina. Quello di Delfi era un imponente complesso, costruito nei pressi della città omonima, sorgente su una non meglio definita (almeno per me) pozza sulfurea di probabile natura vulcanica, i cui vapori procuravano alle Pizie -le sacerdotesse- visioni, delirii, e spesso anche la morte. Al disopra della fessura sedeva la Pizia e ne inalava i vapori pregni di idrocarburi che le procuravano le visioni, aiutati anche dal soffitto ricoperto di frasche d'alloro che al calore dei fumi emanava tutto il suo contributo mantico (se vi viene voglia di mettervi a annusare il gas della bombola o aspirare fumi di alloro, sappiate che lo fate a vostro rischio e pericolo: chiscrive declina ogni responsabilità per le baggianate dei propri lettori)
Al di là di ogni possibile considerazione sull'argomento in se, è obbligo riconoscere a questa frase un valore di verità assoluta: il cammino di ogniuno non può non incrociare presto o tardi la necessità di una profonda introspezione.
Ovviamente, come al solito, tutti siamo certi di essere per noi stessi dei libri aperti, di non avere niente di niente di occulto dentro la testolina o nel cuore o in qualunque altro organo (esclusi magari due calcoli al fegato)e di avere sufficienti conoscenze del proprio corpo, conoscenze acquisite con l'uso regolare e ininterrotto dalla nascita ad oggi.
E ovviamente, come al solito, io affermo il contrario. Sono nata Bastiancontrario, non c'è cura.
Dando per scontato che vogliate concedermi la fiducia (morivo dalla voglia di inserirlo in qualche contesto, se inizio a scrivere: "Mi consenta" preoccupatevi!) iniziamo a vedere come si può fare.
Innanzitutto non sarebbe male cominciare a guardarsi dall'esterno, anche se la vostra immagine riflessa la conoscete a memoria e magari c'è qualcuno che ne farebbe volentieri a meno, ma tanto ce la portiamo appresso ventiquattr'ore su ventiquattro, vederla o meno fa poca differenza. A questo scopo uno specchio e magari una candela sono tutto il necessaire: guardatevi come se non vi conosceste affatto, guardatevi come si guarda un estraneo e cercate di capire che personalità possiede quello sconosciuto che vi sta di fronte. Guardatevi a diverse ore del giorno e con il buio della notte (per questo fa comodo una candela) e se vi piace lavorare un po' di più tenete un quaderno dove scriverete le impressioni che questa "persona sconosciuta" vi ha lasciato alle varie ore del giorno e per più giorni.
Atto secondo: osservate i vostri gesti, la vostra gestualità implica una buona approssimazione di voi stessi, usate il quaderno per annotarvi cosa i vostri gesti lasciano trasparire di voi stessi, questo vi porterà a volte a chiaccherare di politica o recensire un film appena visto con l'immagine riflessa nello specchio, ma se vi siete prima accertati di essere soli in casa la cosa è tranquillamente fattibile. E il fatto di sentirvi un po' ridicoli è anch'esso una spia della vostra interiorità: se vi vergognate con voi stessi cosa mai farete con gli estranei?
Adesso cominciate a scrivere sul quaderno una sorta di curriculum vitae del soggetto, lo stile lo deciderete voi come più vi è congeniale: diario, curriculum, cartella clinica, xfile, cartellina ... quello che vi pare. Metteteci tutto quello che vi riguarda, in sezioni separate: lavoro, famiglia, hobbies, gusti (...), sentimenti, emozioni, ricordi... tutto. Forse un quaderno solo non vi basterà.
Dopo che vi sarete fatti un'idea precisa e scritta di quello che credete di essere buttate tutto alle ortiche... no, no, scherzo. Quello che dovreste fare è attribuire una paternità a ogni sfaccettatura della vostra vita. Esempio: siete sposati . Ricerca: perchè? Cosa ho imparato durante l'infanzia riguardo il matrimonio? Cosa acquisito dall'educazione e cosa vissuto? Quali erano le vostre idee al riguardo? E quelle di vostra madre? E di vostra nonna? Quelle degli insegnanti? Qual'è attualmente la vostra opinione ? E quanta parte di questa opinione è davvero vostra e non un insegnamento inculcato da altri? Siete sposati, ma se non lo foste sarebbe una cosa riprovevole o una liberazione? Ovviamente è un esempio, le sfaccettature della vita sono tante e varie ci vuole tempo per osservarle tutte, specialmente con vero spirito critico e distacco. Pensare a voi stessi come a estranei aiuta comunque.
Ora siete pronti a analizzare le vostre azioni e per azioni intendo tutto quello che fate della vostra vita: lavoro, viaggi, scelte, educational, divertimenti... tutto. Usate lo stesso sistema usato per l'esempio del matrimonio. Ovvio che un simile lavoro su se stessi non si compie in un giorno solo, ci vorrà del tempo, anche molto tempo (ma che vi importa? Non dovete mica darci l'esame) ma alla fine del percorso sarete pronti per una introspezione più profonda, dove comincerete a intravedere e esplorare la vostra parte spirituale e come dice la Pizia : Conoscere gli Dei.
Con occhi diversi: Parte seconda
E' da parecchio tempo che medito di inserire questo pezzo di percorso ma non mi decido mai a cominciare. Il motivo è che, pur essendo un qualcosa di semplice, una delle tante ovvietà (che però necessitano di essere sbattute sotto al naso per essere notate), la sua assimilazione comporta un notevole sforzo per la maggior parte di noi e una buona percentuale di persone questo genere di volo empirico non lo tenta neppure (o dovrei dire non ne viene tentato) qualcuno ci prova ma non lo sente nel profondo, qualcuno lo finge solamente, chi più in buona fede chi meno. Perché qui si tratta di prendere in considerazione il resto del genere umano, si parla di avere a che fare con gli altri, "tutti" gli altri. Cosa non facile. Anche se dovrebbe esserlo perché questo è il genere al quale apparteniamo tutti, nessuno escluso, un qualcosa di cui dovremmo naturalmente sentire di fare parte, di essere parte, un qualcosa che dovrebbe ispirarci sensazioni di comunione, di fraternità, di amicizia, di amore, qualcosa che dovrebbe farci ignorare la solitudine anche se viviamo come eremiti con l'unica compagnia di uno scarafaggio addestrato, perché anche nella solitudine più totale dovremmo comunque sentire di essere parte di quell'organismo pensante che chiamiamo umanità. Si son spese miliardi di parole sull'argomento, in testi canzoni, comizi e quant'altro e ognuno di noi si sarà trovato ad ascoltarne o leggerne almeno una parte. Ma alla fine dei salmi, dopo avere annuito il proprio assenso col capino sottolineando la veridicità di ogni singola affermazione, ognuno di noi ritrova la propria individualità con soddisfazione e orgoglio. Perché il nocciolo è tutto qui : L'Ego. L'Io. Me stesso. Me. Versus: Altro da Me, Loro, gli Altri, le Persone, la Gente. Un intero mondo che è "altro", un intero mondo dal quale ci dissociamo volontariamente. Abbiamo un bagaglio pesante di preconcetti verso gli altri, bagaglio che si è formato col tempo, l'educazione e le esperienze ed è servito a costruire la nostra individualità, ma ci ha fornito dati distorti e distorto è il risultato. Dunque non ci ha lasciato lavorare con le nostre peculiarità effettive ma sulle nostre qualità presunte allo scopo di plasmarci un Ego in grado non solo di distinguerci dal resto ma di elevarci su di esso. In parole povere sentiamo tutti di essere superiori agli altri, migliori. Dobbiamo esserlo, è una necessità che abbiamo sviluppato nella primissima infanzia (vedi: "se guardi a lungo nell'abisso" pagina in costruzione). Di per se questo può non essere un male, sempre che si pongano dei limiti alla propria intolleranza verso gli altri e senso di superiorità nei loro confronti se la nostra maggiore ambizione nella vita non è quella di finire suicidi in un bunker in compagnia di Eva Broun.
Anche se sappiamo perfettamente che gli altri sono indispensabili alla nostra stessa esistenza, che non potremmo vivere in perfetta solitudine come il piccolo principe e che far parte della società umana è l'unico modo che abbiamo per sopravvivere, non siamo tendenzialmente bendisposti verso il nostro prossimo (figurarsi verso il nostro più distante), né tanto meno ci sentiamo disposti ad accomunarcene. Nutrire quotidianamente un ego vorace è un lavoro che non richiede troppo impegno è sufficiente non cambiare mai punto di vista. Naturalmente, come ogni altra cosa, anche il disprezzo verso il resto del mondo ha la sua scala graduata, c'è chi fa del sociale il proprio stile di vita e chi nemmeno si prende la briga di scusarsi di aver dato fuoco a un barbone, c'è chi realmente si dispiace per il terzo mondo e chi ne estirperebbe per sempre la fame con l'atomica, c'è chi non ha niente "contro" perché non ha niente "con", e c'è altro, tanto altro ancora. Ai livelli meno infimi si può trovare il tipo di essere (quasi) umano del "vivi e lascia vivere" che è forse, almeno alle nostre latitudini, il più diffuso e il meno pericoloso; è quello che non disprezza -almeno non apertamente- non discrimina, non gioisce delle disgrazie altrui; è quello che, se può, da anche una mano e -se proprio deve- anche qualcosa di più; è quello che veramente crede di credere che siamo tutti uguali e che l'uomo in quanto tale nasce col suo bagaglio di diritti inalienabili. Ma neppure lui si accomuna. Vive nel suo ristretto mondo di contatti, verso i quali nutre veri e sinceri sentimenti positivi che vanno dalla conoscenza all'amore passando per tutte le gradazioni di simpatia possibili e che magari arriva a contenere fino a un paio di centinaia -ma ne dubito- di anime e nemmeno con queste poche ( su Madre Terra siamo oltre sei miliardi ) sperimenta mai nel corso della vita una vera comunione, neppure con le persone che si porta a letto, neppure col proprio compagno di vita o con i suoi stessi figli. Mai. Oh, ama, questo sì, ma l'amore non può unirci più di quanto già non lo siamo, l'amore è un capitolo a parte, una magia a se stante, è qualcosa di più e di diverso dalla comunione che è insita nella nostra condizione, l'amore è un dono lungo il percorso. Può sembrare un lungo e noioso rimprovero ma non lo è, è solo il necessario prologo al passo successivo. Dunque abbiamo un campione di soggetti sufficientemente bendisposti verso gli altri da poter vivere con serenità e coscienza pulita la loro vita e questo a loro basta. Per coloro che sono interessati alla magia però sfortunatamente questo non basta. E' necessario riuscire nella comunione. La comunione di cui parlo è soprattutto una questione di sensazioni fisiche, cercare di spiegare a parole dove si deve andare a parare è riduttivo e fuorviante, come descrivere uno sbadiglio, un orgasmo, la commozione, il sapore di una fragola ... insomma avete capito; si può provare ad arrivarci vicino usando delle immagini ma questo prevede il sapersi immedesimare in cose e situazioni totalmente estranei. Partiamo con un primo esempio.
Chi di noi non ha mai visto in un documentario -o i più fortunati dal vivo- il nuoto in branco dei pesci ? Per chi non ha mai avuto questo piacere tenterò una descrizione sommaria: queste bestiole nuotano tutte assieme rispettando una rigorosa distanza di sicurezza con gli individui più prossimi e si muovono in una sincronia perfetta tanto da sembrare un unico individuo. Dopo qualche minuto di osservazione ci si dimentica quello che realmente sono. Quello che diviene evidente è il movimento fluido e cosciente di quel super individuo; non si muove a casaccio, segue il suo percorso logico. Così è di uno stormo di uccelli: si possono passare ore a guardare quella nube nera formata da migliaia di individui creare le forme più svariate in una armonia perfetta e si avverte la coscienza della creatura formata dalle coscienze dei singoli individui. Ci sono altri esempi nel regno animale di creature appartenenti alla stessa specie che si organizzano nel formare quello che appare come un unico individuo. Le spiegazioni scientifiche abbondano e probabilmente sono anche azzeccate. Il nostro salto di qualità consiste nell'attribuire al suddetto una coscienza propria. Nemmeno troppo bizzarro se si pensa ai milioni di cellule che costituiscono il corpo di un singolo pesce e che forse, a loro volta, possiedono una loro semplice coscienza. Non auspico una umanità che si muova in sincronia da balletto classico, cerco solo di creare una immagine mentale che possa stuzzicare anche sul piano fisico. Qualche altro indizio ce lo può fornire internet: al terminale siamo singole unità -individuali- che si muovono virtualmente nello spazio dato che si può raggiungere ogni parte del globo coperta dalla rete, ma lo spazio cibernetico non è qualcosa di reale è un tessuto formato da miriadi di terminali, che cesserebbe di esistere se ogni singolo terminale si spegnesse. Metafore sul tema se ne possono trovare a pacchi con un po' d'immaginazione : il singolo libro parte dell immensa biblioteca, la goccia d'acqua nel mare, il capello nella chioma, il granello di rena.... Sbizzarritevici. Come premesso l'argomento è duro, la spiegazione troppo lunga e insufficiente, le molte implicazioni necessitano di singoli approfondimenti e giustamente ci si può domandare perché si dovrebbe impiegare tanto tempo e energia per riuscire in una comunione di cui non solo non si sente la necessità, ma addirittura ci ripugna un pochetto. Perché non siamo pesci, né libri, ne terminali di computer. Siamo creature d'energia e possiamo imparare a lasciare unire le nostre luminosità e far scorrere la forza del tutto nel singolo.
Possiamo imparare a percepire, usare e dirigere la forza vitale della creatura umanità.
Anche se sappiamo perfettamente che gli altri sono indispensabili alla nostra stessa esistenza, che non potremmo vivere in perfetta solitudine come il piccolo principe e che far parte della società umana è l'unico modo che abbiamo per sopravvivere, non siamo tendenzialmente bendisposti verso il nostro prossimo (figurarsi verso il nostro più distante), né tanto meno ci sentiamo disposti ad accomunarcene. Nutrire quotidianamente un ego vorace è un lavoro che non richiede troppo impegno è sufficiente non cambiare mai punto di vista. Naturalmente, come ogni altra cosa, anche il disprezzo verso il resto del mondo ha la sua scala graduata, c'è chi fa del sociale il proprio stile di vita e chi nemmeno si prende la briga di scusarsi di aver dato fuoco a un barbone, c'è chi realmente si dispiace per il terzo mondo e chi ne estirperebbe per sempre la fame con l'atomica, c'è chi non ha niente "contro" perché non ha niente "con", e c'è altro, tanto altro ancora. Ai livelli meno infimi si può trovare il tipo di essere (quasi) umano del "vivi e lascia vivere" che è forse, almeno alle nostre latitudini, il più diffuso e il meno pericoloso; è quello che non disprezza -almeno non apertamente- non discrimina, non gioisce delle disgrazie altrui; è quello che, se può, da anche una mano e -se proprio deve- anche qualcosa di più; è quello che veramente crede di credere che siamo tutti uguali e che l'uomo in quanto tale nasce col suo bagaglio di diritti inalienabili. Ma neppure lui si accomuna. Vive nel suo ristretto mondo di contatti, verso i quali nutre veri e sinceri sentimenti positivi che vanno dalla conoscenza all'amore passando per tutte le gradazioni di simpatia possibili e che magari arriva a contenere fino a un paio di centinaia -ma ne dubito- di anime e nemmeno con queste poche ( su Madre Terra siamo oltre sei miliardi ) sperimenta mai nel corso della vita una vera comunione, neppure con le persone che si porta a letto, neppure col proprio compagno di vita o con i suoi stessi figli. Mai. Oh, ama, questo sì, ma l'amore non può unirci più di quanto già non lo siamo, l'amore è un capitolo a parte, una magia a se stante, è qualcosa di più e di diverso dalla comunione che è insita nella nostra condizione, l'amore è un dono lungo il percorso. Può sembrare un lungo e noioso rimprovero ma non lo è, è solo il necessario prologo al passo successivo. Dunque abbiamo un campione di soggetti sufficientemente bendisposti verso gli altri da poter vivere con serenità e coscienza pulita la loro vita e questo a loro basta. Per coloro che sono interessati alla magia però sfortunatamente questo non basta. E' necessario riuscire nella comunione. La comunione di cui parlo è soprattutto una questione di sensazioni fisiche, cercare di spiegare a parole dove si deve andare a parare è riduttivo e fuorviante, come descrivere uno sbadiglio, un orgasmo, la commozione, il sapore di una fragola ... insomma avete capito; si può provare ad arrivarci vicino usando delle immagini ma questo prevede il sapersi immedesimare in cose e situazioni totalmente estranei. Partiamo con un primo esempio.
Chi di noi non ha mai visto in un documentario -o i più fortunati dal vivo- il nuoto in branco dei pesci ? Per chi non ha mai avuto questo piacere tenterò una descrizione sommaria: queste bestiole nuotano tutte assieme rispettando una rigorosa distanza di sicurezza con gli individui più prossimi e si muovono in una sincronia perfetta tanto da sembrare un unico individuo. Dopo qualche minuto di osservazione ci si dimentica quello che realmente sono. Quello che diviene evidente è il movimento fluido e cosciente di quel super individuo; non si muove a casaccio, segue il suo percorso logico. Così è di uno stormo di uccelli: si possono passare ore a guardare quella nube nera formata da migliaia di individui creare le forme più svariate in una armonia perfetta e si avverte la coscienza della creatura formata dalle coscienze dei singoli individui. Ci sono altri esempi nel regno animale di creature appartenenti alla stessa specie che si organizzano nel formare quello che appare come un unico individuo. Le spiegazioni scientifiche abbondano e probabilmente sono anche azzeccate. Il nostro salto di qualità consiste nell'attribuire al suddetto una coscienza propria. Nemmeno troppo bizzarro se si pensa ai milioni di cellule che costituiscono il corpo di un singolo pesce e che forse, a loro volta, possiedono una loro semplice coscienza. Non auspico una umanità che si muova in sincronia da balletto classico, cerco solo di creare una immagine mentale che possa stuzzicare anche sul piano fisico. Qualche altro indizio ce lo può fornire internet: al terminale siamo singole unità -individuali- che si muovono virtualmente nello spazio dato che si può raggiungere ogni parte del globo coperta dalla rete, ma lo spazio cibernetico non è qualcosa di reale è un tessuto formato da miriadi di terminali, che cesserebbe di esistere se ogni singolo terminale si spegnesse. Metafore sul tema se ne possono trovare a pacchi con un po' d'immaginazione : il singolo libro parte dell immensa biblioteca, la goccia d'acqua nel mare, il capello nella chioma, il granello di rena.... Sbizzarritevici. Come premesso l'argomento è duro, la spiegazione troppo lunga e insufficiente, le molte implicazioni necessitano di singoli approfondimenti e giustamente ci si può domandare perché si dovrebbe impiegare tanto tempo e energia per riuscire in una comunione di cui non solo non si sente la necessità, ma addirittura ci ripugna un pochetto. Perché non siamo pesci, né libri, ne terminali di computer. Siamo creature d'energia e possiamo imparare a lasciare unire le nostre luminosità e far scorrere la forza del tutto nel singolo.
Possiamo imparare a percepire, usare e dirigere la forza vitale della creatura umanità.
Una magia millenaria
Notte d'estate di una sera qualunque. Due passi all'aperto, magari un gelato. L'atmosfera è piacevole e non c'è fretta di rientrare. Un giardino lo si trova ovunque, anche in una metropoli. La notte è così luminosa che sembra di essere sotto un enorme lampione. E alzo il naso, verso le stelle. Sono sempre state lì, stelle e luna, chissà perché nessuno si ferma mai un momento a guardarle, son così belle... In alto, tra i puntini luminosi ce n'è uno che sembra muoversi... si, si sta muovendo, dev'essere un aereo, caspita come è alto! E' piccolissimo! E' alto sul serio: sembra passare accanto accanto alla Luna, ma naturalmente è impossibile, la Luna è molto, molto più lontana. Che strano effetto fa, la Luna. A guardarla fissa sembra un buco nel cielo, uno strappo come una virgola nel pesante tessuto nero attraverso il quale si vede la luce che brilla dall'altra parte. Una nuvola grigia le si sta avvicinando piano piano e a naso all'aria resto ad aspettare che lo strappo la ingoi, aspetto di vederla entrare nella luce, attraverso la Luna. Quando la oltrepassa sorrido, la Luna riacquista la sua solidità, l'illusione svanisce. E il gelato finisce. D'un tratto la solitudine diventa pesante, strano stavo benissimo con me stessa fino a qualche minuto prima....Rientro, annotandomi mentalmente una nuova passeggiata in compagnia, una di queste sere: la volta celeste è uno spettacolo da condividere indicando le costellazioni con il dito.
Ed è passato non so quanto tempo la sera in cui mi trovo di nuovo a guardare la luna. Di nuovo sola, di nuovo d'estate, di nuovo per caso. Ma stasera è piena, magnifica, luminosissima. Non ci sono stelle, non si vedono perché sono coperte dalla luce della Luna stessa tranne una, solitaria, piccolina proprio accanto alla sfera bianchissima, il cielo è di un azzurro intenso, un manto di seta azzurra dal chiarore incredibile. Non posso e non voglio distoglierne lo sguardo. La luce si riversa attraverso i miei occhi direttamente nello stomaco dove una miniatura di me, una Ausonia bambina, sussurra uno struggente -“Bentornata”- e sento quanto mi sia mancata quella presenza dolce, rassicurante anche se non ricordo quanto mi sia costato abbandonare i sogni. Quanto tempo fa io parlavo con la Luna ? Perché mai avrò smesso di farlo? Ma la risposta arriva immediata nella mia testa con la voce dolce e materna che ritrovo, riscopro e riconosco subito, come se la conversazione non si fosse mai interrotta -”Perché sei cresciuta”.
Si, è vero, sono cresciuta, e da persona adulta mi rendo conto che la voce che ascolto è solo frutto della mia immaginazione, lo è adesso come lo era tanti anni fa. Sorrido al ricordo che piano riaffiora e riaffiorando mi sorprende, è un po' come sentirsi raccontare cose fatte quando non avevi l'età per poterle ricordare, ma le emozioni non sono più le stesse: sono dentro i ricordi di una bimba sognatrice con tutto il mio bagaglio d'esperienza e disillusione di una vita intera. E ricordo un intero mondo fantastico che immaginavo lassù,tra le stelle, anche se non mi ricordo più le parole per aprire i cancelli di Stragalia, già lo chiamavo proprio così, chissà dove l'avevo sentito... E ricordo il buffone col cappello con le punte e i bubbolini che abitava sui tetti della casa di fronte e le sirene che di notte uscivano dalla vasca con i pesci del giardino al pianterreno, una pozza grande quanto una vasca da bagno e c'erano anche gli gnometti di ceramica con Biancaneve che di sicuro quando nessuno li guardava non se ne potevano certo rimanere fermi e buoni... che bimba stupida che ero, o magari son tutti così i bambini... E c'era lei, la mia fata meravigliosa e dolcissima, con i suoi lunghi capelli neri che a volte le coprivano il volto, avvolta in un mantello azzurro. Ricordo una sera che piangevo, sul terrazzo della mia casa al terzo piano e le chiedevo di non farmi andar via, di fare cambiare idea ai miei genitori perché non volevo traslocare in un'altra casa, in un'altra città.
Adesso la guardo, la mia fata, ricordare non è più divertente anzi, è quasi un fastidio, quella era un'altra vita, non sono io, non più. Immagino quante bambine abbiano passato delle ore con il nasino all'aria -magari facendo preoccupare seriamente i genitori- parlando in silenzio con lei. Non molte credo. Oppure sì, in fondo la Luna esiste da tanto di quel tempo... Caspita, tanto davvero! Lei è lì da prima che l'umanità scendesse dagli alberi. Era già lì ai tempi dei dinosauri. Le mie conoscenze in materia non sono poi così estese, non ho idea se la Luna e la Terra siano nate insieme. Riflettendoci un po' però, è sicuramente antecedente alla vita sulla Terra visto che ne è una diretta responsabile. E' lì da miliardi di anni.. Ha assistito alla nascita della vita. Nella mia testa scorrono in cortometraggi le innumerevoli fantasticherie stoccate nel magazzino delle meraviglie durante ore e ore di letture spese negli anni : la scomparsa di Atlantide, la città di Troia in fiamme, il corpo di Artù che naviga verso Avalon, i giganti che approdano su un isola accesa dai vulcani che un giorno sarà la penisola Italiana e tanti, innumerevoli altri ancora, solo che adesso sono tutti in notturna e una splendida, magica Luna inonda di luce i particolari. La stessa Luna che adesso sto guardando. Lei c'era. E' l'elemento reale di ogni storia fantastica. Lei varca le soglie tra i mondi. Trascina i personaggi, le storie, le vite, dall'una all'altra dimensione e racconta a chi vuole ascoltare.
Selene, Artemide, Diana, Lilith, io non conosco che qualcuno dei tanti nomi con cui sei stata adorata, conosco solo poche delle tante leggende che hai ispirato. Sento il mio legame con te, so che governi il mio corpo, la mia fertilità in un girotondo che unisce ogni femmina di mammifero del pianeta. So che siedi sugli oceani cavalcando le maree e sei tu che dischiudi le uova nel regno di Nettuno. So che poggi i piedini di fata sulla terra e al tuo passaggio la linfa scorre, i semi germogliano, le gemme sbocciano. Scateni la mia vena poetica ma del resto è risaputo che le tue fasi influenzano l'umore. Non c'è creatura che non ti debba la sua esistenza, non c'è cosa che non sia toccata e influenzata dalla tua carezza lieve. Non esiste civiltà che non abbia visto in te una Dea.
C'è poco da inarcare i sopraccigli, signori cattolici, la vergine Maria è avvolta in un manto azzurro punteggiato di stelle, di stelle è fatta la sua cintura e dai suoi piedi spuntano le rose. Ciò che il cristianesimo non riusciva a sopprimere lo inglobava nella sua dottrina nascente. Voi oggi, all'alba del terzo millennio (si fa per dire) senza saperlo rendete omaggio ad una immagine distorta e strumentalizzata della più antica Dea che l'umanità ha avuto da sempre, una brutta copia fra l'altro poiché le divinità lunari sono fertili portatrici di vita, amanti del gioioso e naturale rito dell'accoppiamento, consorti divine dell'astro rappresentante la divinità maschile,il Sole, inneggiano alla femminilità e alla sensualità, quanto di più diverso dalla figura della vergine pura e pia, asessuata e sottomessa. Alzate il naso al plenilunio una di queste sere e rivolgete un ringraziamento all'originale.
Con occhi diversi : parte prima
Il primo luogo dove cercare, quando non si sa esattamente cosa si cerca, è nelle immediate vicinanze. Parlare della madre Terra non è poi così facile perché come argomento è ormai stato tanto trattato che si corre il rischio di nascondere magia e divinità sotto un cumulo di ovvietà. La Terra è la nostra prima madre, (prima ovvietà) una madre amorevole che ci fornisce di tutto ciò che ci necessita (seconda ovvietà) ma anche una madre capace di infliggerci terribili sofferenze (terza),una madre viva (Gea, il pianeta che vive!!) un organismo tremendamente complesso e meravigliosamente strutturato, una madre forte e selvaggia dall'aspetto mutevole e dalle mille espressioni, genitrice di vita e di morte, generatrice di forze immense e primordiali... ovvietà, ovvietà, ovvietà..... naturale che lo siano, perché stando immersi dentro a così tanto non riusciamo a percepire niente, abbiamo sviluppato una sorta di abitudine al meraviglioso, abbiamo fatto il callo al miracolo. Siamo plancton nell'infinità degli oceani ignari di tutto quello che ci vive attorno. Per la maggior parte di noi la natura è addirittura un concetto estraneo, una sorta di optional, qualcosa che esula dalle loro vite cittadine e legate a un sistema consumistico commerciale, come se tutto ciò di cui necessitano potesse avere una origine sintetica e il pianeta su cui vivono avesse solo una funzione di supporto. Lieta di dissentire, non è così. Ogni cosa è un dono di Madre Terra: le pere non crescono nelle cassette di legno, l'acqua non viene fabbricata insieme alle bottiglie, l'aria viene continuamente depurata dalla fotosintesi clorofilliana. Anche ciò che è effettivamente sintetico, viene fabbricato con materiali prelevati dal pianeta, non c'è nulla di alieno, tutto viene dalla Madre.
E degniamola una buona volta di uno sguardo, questa natura, almeno per curiosità se non per riconoscenza. La vita, ci dicono, è iniziata dall'oceano, il mare per noi, la Mer -la madre- per i francesi. Un numero indicibile, inimmaginabile di goccioline strette una accanto all'altra in una massa enorme che ricopre il pianeta ed estende i suoi vasi sopra e sotto la terra e nel cielo. Acqua. Così comune vero? Un elemento che esiste nelle quattro forme della materia rimanendo sempre la stessa; qualcosa che esiste da quando esiste la terra ed è sempre se stessa, beviamo la stessa acqua che ha bevuto Cleopatra, i nostri corpi sono fatti per il settanta per cento d'acqua, la stessa che intrideva i tessuti dei dinosauri; nessun organismo vivente può farne a meno; è responsabile del clima delle varie zone geografiche, del tempo meteorologico, della morfologia dei continenti; obbedisce alle leggi naturali e se ne fa beffe sfuggendo perfino alla gravità, sublima evaporando anche allo stato solido, ci mostra divertita i suoi mille volti, scintillando dai ghiacciai, tintinnando gioiosa nei torrenti e maestosa nelle cascate, scorrazzando in mille giravolte di nubi, giocando a nascondere il mondo nella nebbia, sonnecchiando placida nei laghi o protendendo minacciosi artigli in onde alte come case, gioca con pizzi e trine in cristalli di neve unici. Non a caso gli antichi l'adoravano. E' infinita la lista delle divinità e delle leggende legate all'acqua come interminabili sono le fonti d'informazione sull'argomento, la crescita spirituale è un percorso che richiede un minimo d'impegno e la riflessione in solitaria rende meglio.
Dal mare, la vita ha colonizzato la terra e qui non basta un numero di volumi quanto la Treccani per cominciare soltanto a discutere dell'argomento. Si può magari provare a chiudere gli occhi, rilassarsi e immergersi con la fantasia in un ambiente qualunque -per i pochi fortunati che se lo possono permettere è decisamente più fruttuoso recarsi fisicamente nei luoghi scelti, ma tant'è.
Tanto a titolo d'esempio immaginiamoci un bosco, ma potrebbe essere una montagna innevata, una grotta ricca di stalattiti, un deserto africano etcc. Sta facendo buio, e siamo soli. Gli alberi svettano sopra le nostre teste donandoci una visione del cielo frammentata, il sottobosco è fitto e ci ostacola il cammino. Intorno a noi scorgiamo solo pochi segni di vita ma sappiamo perfettamente che qui abitano un gran numero di creature che, anche se sfuggono al nostro sguardo, ci osservano, vigilano sul loro mondo, sono pronte ad attaccare per difenderlo. Non siamo poi creature così sprovvedute e indifese e attraversare il bosco non dovrebbe essere un compito troppo difficile. Eppure ... l'inquietudine si insinua nell'anima. E' vero che ci sono anche animali di una certa taglia, cinghiali, cervi o magari anche soltanto una volpe nervosa, ma non è di loro che abbiamo paura. E' qualcosa di meno definito qualcosa che vive e ci osserva e permea ogni angolo, ogni ombra, dal basso dei cespugli, su lungo i tronchi fino alle cime protese che ondeggiano per un vento che non possiamo sentire sulla pelle. E contro ogni razionalità, sentiamo che qui c'è qualcosa che non possiamo vedere, che non riusciremo mai a comprendere ma ciò non di meno esiste, vive. E' il bosco stesso, o il suo spirito, o creature sovrannaturali che ci abitano. Qualunque cosa sia, la percepiamo, forte e chiaro con tutti i nostri sensi e qualcuno di più. Una volta usciti di qui lo rinnegheremo con tutte le nostre forze, rideremo di noi stessi e mai e poi mai racconteremmo a qualcuno una briciola dei pensieri che ci hanno attraversato la testa. Ma da ora in poi guarderemo alle selve con un rispetto nuovo.
Ogni centimetro del nostro pianeta è intriso di mistero e di magia, basta guardarlo con occhi diversi o più semplicemente guardarlo. Smettere di comportarsi come plancton e osservare. Non serve che altri vi raccontino la vostra realtà, ci siete immersi, aprite gli occhi.
Capitolo quarto : Rimettiamo i piedi per terra
Interrogarsi sui grandi misteri della vita e dell'universo è bello e indice di una curiosa e sana intelligenza ma passare la vita con lo sguardo e i pensieri immersi nella nebulosa di Andromeda è interessante e costruttivo solo se ti chiami Margherita Hack. E' sulla Terra che nasciamo e spendiamo tutto il tempo a nostra disposizione, fatti salvi i vari Armstrong, Gagarin e tutti gli addetti del settore. Dunque, prendiamo un bel respiro e guardiamoci attorno. Esistiamo, il che non è poco; abbiamo del tempo per esistere, che anche se può sembrare poco in realtà è sufficiente a non farci annoiare di questa esistenza; viviamo in un contesto - parlo della Natura, con tutte le sue sfaccettature- talmente stupefacente da renderci meravigliati e riconoscenti fino al game over; abbiamo delle necessità, cibo, un nido, ma anche creatività, svago, che ci tengono occupati e in teoria, soddisfatti di noi stessi. Ma non ci sentiamo mai soddisfatti. C'è sempre qualcosa che ci manca, qualcosa che vorremmo, qualcosa che non va come ci piacerebbe, qualcosa che ci preoccupa, che ci spaventa, quando proprio non esistono situazioni e contesti davvero drammatici: malattie serie, disoccupazione cronica ecc.
Fino dalla notte dei tempi l'insoddisfazione cronica ha accompagnato gli esseri umani. Certo i nostri avi avevano motivi un tantino più validi per le lamentele, ma rispetto a noi “evoluti” avevano dei vantaggi non trascurabili. Elenchiamo: 1) vivendo in modo più semplice erano molto più vicini alla natura -e quindi al divino- vivevano giorno per giorno i “miracoli” che la Dea profonde a piene mani , 2) la loro spiritualità scaturiva dalla osservazione diretta dei fenomeni naturali e dunque soddisfaceva concretamente e non in modo empirico il loro bisogno di una (o più) divinità, 3) non essendo ancora inquinati dalle religioni del libro – Bibbia,Corano,Torah – possedevano una autostima infinitamente maggiore della nostra, essendo liberi da concetti come il peccato originale e i sette vizi capitali, nonché tutta quella serie di dogmi e imposizioni che ogni religione rivelata si porta appresso, vivevano i loro istinti naturali come, appunto, naturali, e non come peccato, concetto ancora al di là dal venire.
Gli antichi osservavano il loro mondo e identificavano le loro divinità, si può dire sia che le inventavano, sia che le scoprivano, in ogni caso esse risultavano affini alle loro creature-creatrici, facili da comprendere e da compiacere, da amare e sentirsene amati. La divinità, per definizione, è potente e in grado di tutto; una divinità compiaciuta, amata e amante è disponibile a donare. La preghiera, l'invocazione, il rito e quant'altro hanno dunque la funzione di amare e compiacere la divinità per essere amati da lei e ottenere i doni che essa ha in serbo per noi, entrare in sintonia con una o tutte delle innumerevoli sfaccettature del tutto, le diverse manifestazioni fisiche della Dea e le sue differenti personalità, godere di e usare le loro energie lasciandole fluire attraverso il corpo e di nuovo verso il tutto per modificare la realtà.
Cominciamo allora a guardare al mondo con occhi più ingenui, cercando di mettere da parte gli inevitabili condizionamenti subiti durante la nostra educazione e immaginando ogni cosa come potevano osservarla i nostri progenitori, come noi stessi l'abbiamo immaginata quando eravamo ancora troppo piccoli per venire indottrinati su ciò che è reale e ciò che è fantasia. Riappropriamoci della magia che tutti abbiamo vissuto in quell'epoca fantastica di sogni e che ci è stata strappata di mano.
Capitolo terzo:andiamo avanti
Tutto il machiavellico preambolo, si può riassumere in poche semplicissime parole: tutto è parte della Dea, in una simmetria di frattali, ogni parte è uguale al tutto. Si possono fare migliaia di paragoni per dimostrare che ogni cosa ha una comune origine e, pur godendo indubbiamente della propria individualità, ogni cosa, dal microcosmo al macro, appartiene a un unico grande organismo. La nostra natura classificatrice suddivide in classi e generi a seconda della materia, delle dimensioni, della possibilità o meno di rilevare parametri vitali in un corpo (e per corpo si intende qualunque cosa a cui possa essere dato un nome: una rosa, un muro, una stella, una bolla di sapone, un animale ecc.), ma la verità pura e semplice è che tutto è fatto della stessa pasta. C'è poco da arricciare il naso, gli atomi si rincorrono nello stesso modo in te come nei testicoli di un rinoceronte africano, come in una goccia d'acqua, in un pezzo di marmo o di groviera. Nel mondo del infinitamente piccolo se ne fregano delle nostre classificazioni. Qui occorrerebbe evidenziare la simmetria frattale tra il mondo sub atomico e il macrocosmo, ma è cosa che balza nella testa a chiunque e già conosciuta fin dall'antichità. Una volta preso atto che tu e una sedia, una mosca e l'Everest, il pianeta Venere e l'urina del gatto del vicino, e via discorrendo siamo tutti ingredienti ben bene amalgamati di un unico impasto ci si può soffermare serenamente a pensare alle potenzialità che tutto ciò possiede.
Ogni cosa è un frammento della Dea.
Ogni cosa è fatta della stessa sostanza della Dea.
Ogni cosa possiede la stessa energia della Dea.
La Dea è pensiero cosciente.
La Dea è pensiero creativo.
Io sono pensiero cosciente.
Io sono pensiero creativo.
Non saprei come rendere per iscritto il suono di un frammento di pensiero che elabora a livello conscio queste semplici- ma dalle complesse consequenzialità- affermazioni; immagino il suono degli ingranaggi mentali come lo scricchiolio della plastica di un cubo di Rubik girato e rigirato e alla fine di una lunga serie di mosse, tutte apparentemente buone, tutte apparentemente logiche, le facce del cubo sono sempre sbagliate. Perché è confortante pensare di essere, sì una particella, ma dotata della forza dell'intero, è stimolante credere che la nostra vita è nelle nostre mani e possiamo plasmarla nel modo che più ci piace, è bellissimo sentirsi parte di ogni cosa e contemporaneamente unici; ma anche se il filo d'Arianna che abbiamo seguito sembrava lineare e logico, all'altro capo non abbiamo trovato l'uscita, siamo ancora nel labirinto. Perché ci sentiamo comunque piccoli e impotenti, perché le nostre vite ci sembrano difficili e in balia degli eventi, perché per quanto possiamo circondarci di affetti e persone care, sentiamo sempre la solitudine di essere noi stessi racchiusi nella nostra mente e nel nostro corpo: “nasciamo soli e moriamo soli, tutto il resto è un regalo”. Dunque o tutta la premessa è una pia illusione, o c'è qualcosa che ci sfugge. C'è. Siamo noi a vivere le nostre vite, con le nostre azioni, i nostri pensieri, le nostre convinzioni. Siamo noi ad agire su di esse plasmandole con le nostre scelte. Operiamo tali scelte prefiggendoci degli obiettivi che consideriamo ragionevolmente raggiungibili e scartando obiettivi che consideriamo impossibili da ottenere. Siamo noi che decidiamo quali obiettivi siano irragionevoli. Siamo noi che ci poniamo dei limiti. Allora, compreso l'errore, ci armiamo di buona volontà e decidiamo coscientemente di non porre più alcun limite, di credere di potere qualunque cosa. Non è così semplice. Abbiamo alle spalle anni di educazione e secoli di indottrinamento che lavorano come programmi in esecuzione automatica e anche proclamando la nostra completa fiducia combattiamo battaglie già perse in partenza. Ci manca una fiducia vera, una fede totale a volgere la nostra creazione al successo,ci occorre un programma nuovo in grado di annullare i condizionamenti, la nostra “piuma di Dumbo” che ci permetta di riuscire a spiccare un volo che siamo già in grado di compiere. Ma noi ce l'abbiamo già questo fantastico aiuto: il nostro pezzettino di lobo che credevamo inutile! Come ogni bravo manipolatore di coscienze altrui sa bene, fede (e superstizione) sono armi formidabili proprio perché agiscono in automatico non risentendo affatto della critica della coscienza. Rituali religiosi (e superstiziosi) posseggono la capacità della capacità, ovvero, come la piuma di Dumbo, riescono a convincerci di possedere davvero le capacità che davvero già possediamo. Proiettando in essi la forza dell'azione riusciamo a distoglierla da noi stessi, privandola così dell'inevitabilità del fallimento. E spiritualità e superstizioni, assumono un maggior valore e un più forte impatto se possono vantare secoli, millenni di tradizioni e la forza delle eggregore di miliardi di esseri pensanti.
E' ora di darsi alla magia.
Capitolo secondo
Esiste, situata nella corteccia cerebrale, una zona preposta alla spiritualità, un pezzettino di cervello la cui unica funzione è creare in noi l'illusione che esiste un qualcosa che esula da tutto cio che è terreno, qualcosa che non solo permea ogni istante delle nostre vite, ma è la causa diretta delle medesime. Perchè la natura abbia ritenuto necessario dotarcene va ben oltre la mia comprensione, anche se qualche ipotesi la si può sempre azzardare. Viste le caratteristiche di egoismo e violenza gratuita della nostra specie, l'assenza di quella piccola zona potrebbe rendere inclini gli esseri umani a un comportamento contro producente per la sopravvivenza, ovvero: esiste una sola vita, tanto vale godersela il più possibile poco importa se a discapito degli altri, anzi, a spese del mio prossimo mi diverto anche di più; basta riuscire ad eludere la legge. Ecco che allora ha un senso quel pezzettino di dura madre che insinua nei nostri cuori l' esistenza di una legge più grande che è impossibile eludere, che c'è comunque qualcuno che osserva le nostre azioni e le giudica, che prima o poi ci verrà presentato il conto e saremo costretti a pagare ciò che abbiamo fatto. E' sempre quel pezzettino che ci dà la strana consapevolezza di non essere soli anche se spersi nel mezzo del Sahara, che ci fa pensare ad alta voce come se davvero ci fosse qualcuno che può sentire. Ma queste sono solo illazioni. La motivazione che ha spinto Madre Natura a dotare gli esseri umani (e qualche altra specie, ma ne parlerò più avanti) agli albori dell'evoluzione del senso della spiritualità - e sottolineo il senso perchè del sesto e non ultimo dei sensi si tratta- la conosce solo lei, ma visto che mente meravigliosa e complessa essa sia non ho dubbi che avrà avuto i suoi bravi motivi.
Tutto quel che si può affermare è che questo boccone di carne esiste - è stato evidenziato con macchinari sofisticati- ed è più o meno esteso, motivo della maggiore o minore spiritualità dei diversi soggetti. Professarsi atei è mentire a se stessi e agli altri. Al massimo si può, onestamente, ammettere di rifiutare qualunque religione ma nel profondo del cuore (o del cervello,non cavilliamo!) la spiritualità esiste e ci porta a formulare ipotesi sull'origine dell'esistenza, sul motivo della nostra vita e sulla possibilità che in un modo o nell'altro essa non abbia una fine. Tutti più o meno sappiamo come è strutturato l'universo, sappiamo che esistono le stelle e i pianeti; sappiamo come è strutturato il nostro pianeta, sappiamo che esiste il cielo e la terra l'acqua e il fuoco, i vegetali e gli animali ... e basta sennò ci vuole una vita. Quello che non sappiamo è il perché. Certo la scienza ci può dare spiegazioni su ormai quasi tutto ma non può spiegarci perchè il tutto c'è; la scienza ci spiega il funzionamento delle cose ma non può spiegare il perchè della loro esistenza. Capisco che il quesito possa risultare di difficile interpretazione, forse risulterà più comprensibile se per un attimo proverai a immaginare la "non esistenza". Prova a pensare che tutto ciò che esiste, tutto ciò che conosci in realtà non ci sia, che non ci sia niente. Non parlo di un infinito spazio vuoto, perché anche questo sarebbe un qualcosa, parlo del niente, davvero il niente, la non esistenza. Dura, vero? La mente non arriva neanche a concepire un concetto di questa portata. Al massimo si arriva a immaginarsi una nuvola bianca o un immenso spazio oscuro. Interrogarsi sul perché dell'esistenza del tutto ci porta a chiederci "da quando".
L'esistenza ha avuto una origine? La scienza ci spiega la teoria del Big Bang - e sottolineo teoria, nessuno era lì per testimoniare che davvero abbia avuto luogo- dando una spiegazione sommaria del modo in cui il nostro universo ha avuto origine e naturalmente cercare di ricostruire un prima è assolutamente escluso. Ma il tutto,anche ammettendo l'esplosione all'origine non ha avuto origine dal niente. Per le nostre più brillanti menti che si occupano di spiegarci le cose prima c'era una piccolissima massa di energia compressa che racchiudeva in uno spazio infinitesimale tutto ciò che è andato a espandersi per creare l'universo conosciuto. Ma questa aspirina celeste da dove veniva? Pare che si sia formata nella contrazione del precedente universo, in un ciclo infinito di espansione e contrazione. A parte il domandarsi il perché un universo in espansione decida a un dato momento di riavvolgere il nastro e tornare all'origine -ma volendo qualcosa si trova, i buchi neri serviranno pure a qualcosa- una spiegazione simile non ci dà affatto un dato temporale dell'inizio dell'esistenza ma al contrario ci dimostra la sua eternità. Dunque il tutto, almeno per quanto possiamo capire noi è eterno.
Ma di cosa è fatto?
Sempre signora scienza ci dice di energia. Un tempo materia e energia ma ormai è stato appurato che anche la materia è fatta di energia. Dunque energia. Termine ampio che racchiude in realtà tanti e vari tipi di energia, cinetica, termica, elettrica etcc. tutti "sottoprodotti" delle quattro fondamentali sulle quali si basa tutto l'universo e alle quali tutto si piega in genuflessa obbedienza. A mia volta stuzzicata dal suddetto pezzettino di lobo non posso contentarmi della spiegazione nuda e cruda (e anche un tantino carente) poiché non soddisfa il mio bisogno genetico di spiritualità. Dunque, aborrendo la fede per troppa razionalità caratteriale, volgo la mia attenzione -e perché no? Adorazione- all'unica fede che il mio pensiero possa concepire: la mia dea, l'unica possibile, è quella energia di cui tutto è formato che è eterna, e permea e fa parte di ogni cosa come ogni cosa è parte di lei. Con un saltino di immaginazione in più io le attribuisco una forma di energia unica, che come le quattro generano tutte le altre, lei genera le quattro fondamentali. La concepisco come energia-pensiero, pura coscienza,la coscienza che origina ogni altra, la coscienza che col suo canto -siamo fatti di suono, lo sapevi vero?crea il tutto. Io, tu, un albero, un sasso, una goccia d'acqua.....tutti siamo parte dell'infinito, splendido corpo della Dea Madre, la Coscienza Suprema. Questa è la mia divinità.
Capitolo primo
Innanzitutto partiamo dal principio. Beh, non proprio dall'inizio. Dai tempi in cui i nostri antenati,dopo aver raggiunto un minimo di stabilità e sicurezza, si son concessi il lusso di dare un'occhiata a cosa ci fosse d'interessante nella vita oltre al procacciarsi il cibo, procurarsi un riparo dalle intemperie e dagli animali feroci, coprire in qualche modo i loro corpi, troppo fragili per i tempi correnti. Già da un po' l'estro femminile si è assestato a una volta al mese ma le donne hanno imparato a lasciare che il maschio provi a fecondarle ogni volta che si sente in vena (anche se all'epoca il concetto di fecondazione è ben lungi dall'essere stato .... concepito) poichè han compreso che il sesso è buona moneta per comprare la fedeltà di compagni che altrimenti si guarderebbero bene dallo spendere tempo e fatica per cacciare più di quanto strettamente necessario alla propria sopravvivenza. Nel frattempo il cervello della specie continuava ad aumentare di volume e di conseguenza il periodo necessario allo sviluppo nei piccoli dell'indipendenza dalla madre continuava ad allungarsi: Per ricambiare quello che i maschi facevano per loro, le femmine, impedite nella caccia per colpa di una prole sempre più dipendente e sempre più numerosa, contribuivano al benessere del clan aguzzando l'ingegno. Guardandosi intorno alla ricerca di alternative alla solita tigre dai denti a sciabola arrosto, inventarono l'agricoltura -derivata dalla semplice raccolta di specie spontanee- l'allevamento -stufe di rincorrere capre selvatiche per mungerle- la tessitura -le pelli di tigre eran ruvide - la ceramica -per cucinare cibi diversi dalla tigre ci volevan contenitori- e una infinità di tante altre cosette utili. A questo punto abbiam fatto un notevole salto avanti nel tempo. "Perché non partire da quì?" ci si potrebbe giustamente domandare. Perché tutto il periodo or ora esposto è necessario a comprendere il perché della prima spiritualità dell'uomo. La donna era, adesso, la struttura portante della comunità: madre e moglie racchiudeva in se i misteri della nascita e del sesso, nutrice di piccoli e grandi con l'allattamento e la familiarità a procurare e manipolare i cibi, curatrice del male poiché con l'esperienza aveva acquisito la conoscenza delle proprietà officinali delle erbe ed era in grado di curare. Con più tempo a disposizione e meno preoccupazioni per la propria vita dei maschi, che nel frattempo avevano scoperto un bellissimo gioco nuovo da farsi armati il più possibile con maschi di altre comunità, le donne poterono coltivare tanti nuovi interessi e migliorare giorno dopo giorno l'esistenza di tutti. In questi secoli di sviluppo frenetico l'uomo non ha ancora sviluppato quel punto della corteccia cerebrale dove si origina l'orgoglio maschile nei confronti della donna e pur al centro di una società matriarcale è soddisfatto del suo ruolo, è una creatura forte, è libero, non gli manca niente;ed è già stato abituato nell'infanzia ad essere accudito e guidato dalle donne e ad amare e rispettare la madre. Con un ulteriore ingrandimento della materia grigia arriva anche la spiritualità. L'ammirazione dell'essere umano antico si volge necessariamente alle manifestazioni della natura,inspiegabili e magnifiche. Naturalmente tutto ciò che aveva rappresentato dapprima oggetto d'ammirazione ,come il fuoco, il fulmine e simili, ora sono cose più familiari e conosciute e l'adorazione cerca soggetti più degni. Si riconosce nella terra la madre generatrice di ogni cosa, nel sole la luce e il calore che permette la vita, nella luna un ruolo di ciclicità che in qualche oscuro modo ha a che fare con l'altrettanto oscuro ciclo femminile. L'umanità è già discretamente sparpagliata sulla superficie del globo terrestre e tante e varie sono le civiltà cosicché tante e varie le leggende nascenti sull'origine della vita e sulla fisionomia delle divinità di ogni popolo. Unico punto di collegamento -anche se vi hanno insegnato il contrario- il riconoscimento della femminilità del divino. L'origine della vita, l'inizio del mondo, la genesi del cosmo e quanto altro è saltato in testa agli avi è opera di creazione e in quanto tale è opera di una madre. La Madre. La Dea. La Creatrice.
Iscriviti a:
Post (Atom)