Capitolo quarto : Rimettiamo i piedi per terra



Interrogarsi sui grandi misteri della vita e dell'universo è bello e indice di una curiosa e sana intelligenza ma passare la vita con lo sguardo e i pensieri immersi nella nebulosa di Andromeda è interessante e costruttivo solo se ti chiami Margherita Hack. E' sulla Terra che nasciamo e spendiamo tutto il tempo a nostra disposizione, fatti salvi i vari Armstrong, Gagarin e tutti gli addetti del settore. Dunque, prendiamo un bel respiro e guardiamoci attorno. Esistiamo, il che non è poco; abbiamo del tempo per esistere, che anche se può sembrare poco in realtà è sufficiente a non farci annoiare di questa esistenza; viviamo in un contesto - parlo della Natura, con tutte le sue sfaccettature- talmente stupefacente da renderci meravigliati e riconoscenti fino al game over; abbiamo delle necessità, cibo, un nido, ma anche creatività, svago, che ci tengono occupati e in teoria, soddisfatti di noi stessi. Ma non ci sentiamo mai soddisfatti. C'è sempre qualcosa che ci manca, qualcosa che vorremmo, qualcosa che non va come ci piacerebbe, qualcosa che ci preoccupa, che ci spaventa, quando proprio non esistono situazioni e contesti davvero drammatici: malattie serie, disoccupazione cronica ecc.
Fino dalla notte dei tempi l'insoddisfazione cronica ha accompagnato gli esseri umani. Certo i nostri avi avevano motivi un tantino più validi per le lamentele, ma rispetto a noi “evoluti” avevano dei vantaggi non trascurabili. Elenchiamo: 1) vivendo in modo più semplice erano molto più vicini alla natura -e quindi al divino- vivevano giorno per giorno i “miracoli” che la Dea profonde a piene mani , 2) la loro spiritualità scaturiva dalla osservazione diretta dei fenomeni naturali e dunque soddisfaceva concretamente e non in modo empirico il loro bisogno di una (o più) divinità, 3) non essendo ancora inquinati dalle religioni del libro – Bibbia,Corano,Torah – possedevano una autostima infinitamente maggiore della nostra, essendo liberi da concetti come il peccato originale e i sette vizi capitali, nonché tutta quella serie di dogmi e imposizioni che ogni religione rivelata si porta appresso, vivevano i loro istinti naturali come, appunto, naturali, e non come peccato, concetto ancora al di là dal venire.
Gli antichi osservavano il loro mondo e identificavano le loro divinità, si può dire sia che le inventavano, sia che le scoprivano, in ogni caso esse risultavano affini alle loro creature-creatrici, facili da comprendere e da compiacere, da amare e sentirsene amati. La divinità, per definizione, è potente e in grado di tutto; una divinità compiaciuta, amata e amante è disponibile a donare. La preghiera, l'invocazione, il rito e quant'altro hanno dunque la funzione di amare e compiacere la divinità per essere amati da lei e ottenere i doni che essa ha in serbo per noi, entrare in sintonia con una o tutte delle innumerevoli sfaccettature del tutto, le diverse manifestazioni fisiche della Dea e le sue differenti personalità, godere di e usare le loro energie lasciandole fluire attraverso il corpo e di nuovo verso il tutto per modificare la realtà.
Cominciamo allora a guardare al mondo con occhi più ingenui, cercando di mettere da parte gli inevitabili condizionamenti subiti durante la nostra educazione e immaginando ogni cosa come potevano osservarla i nostri progenitori, come noi stessi l'abbiamo immaginata quando eravamo ancora troppo piccoli per venire indottrinati su ciò che è reale e ciò che è fantasia. Riappropriamoci della magia che tutti abbiamo vissuto in quell'epoca fantastica di sogni e che ci è stata strappata di mano.

Nessun commento:

Posta un commento