Le ragioni della ragione

Perchè esporsi al ridicolo o, peggio ancora, al pubblico linciaggio? Aprire al pubblico le sale del pensiero. Esporre in una personale: tanti argomenti come quadri appesi, opinioni come sculture; che a un pubblico non amante sembrano macchie di vernice, contorti pezzi di sasso mentre la fantasia ha scolpito figure fantastiche nella pietra più dura. Perché ? Forse per accettare finalmente che le figure sono davvero grottesche, che il filo logico è un gomitolo ingarbugliato nel gioco di artigli felino, che il cammino verso l'estrema verità non conduce in nessun luogo.  Che il folle ... sono davvero io.
Ascolto.
Ascolto seduta, composta, come tutti intorno a me; un po' nauseata dal dolciastro narcotico dell'incenso. L'uomo dal pulpito, davanti all'altare, guarda la folla con sguardo a tratti amoroso, da padre benevolo, a momenti un po' torvo, da burbero maestro. Crede in quello che dice? Del credere ne ha fatto la sua vita. E un po' fa tenerezza perché davvero parla per il bene di tutti noi, uno per uno. Anche per il mio. E invece di essergli riconoscente io ascolto e mi domando se davvero non si rende conto dell'assurdita delle sue parole, nella cattiveria delle sue affermazioni, dei ridicoli rituali che attingono un po' alla superstizione un po' alla giocoleria da strada tra giochi di fumo, fuoco e gesti simbolici non dissimili da primitivi riti sciamanici se non forse nell'assenza di vittime sacrificali e rivoli di sangue; ma nel culmine della cerimonia anche questi non tardano ad arrivare, anche se solo in forma simbolica, mentre il sommo annuncia che si accinge a mettere in scena un bel rito di cannibalismo dove  mangiare il corpo e bere il sangue. Naturalmente sottoforma di sostituti perché questo è un rito sublime e la vittima del sacrificio non è un povero disgraziato qualunque ma addirittura un dio e se nei riti woodoo, con vittime non umane, non è difficile procurarsi un pennuto da squartare e spartirsi, va da se che non è altrettanto facile avere a disposizione un dio. Oltretutto per cinque o sei riti al giorno. In breve tempo si esaurirebbe un Olimpo.                                                                                                                                                                                                                      Resto seduta in silenzio.  E anche se c'è un motivo al mio essere qui, non mi spiego l'essere qui di questa gente, della loro fede, se mai ne posseggono davvero, del loro rispetto per il sacerdote. Non mi spiego il suo essere qui, la sua cecità al male che sta facendo a questa gente. Mi guardo attorno e cento teste chine bisbigliano all'unisono e mi sembra che tutti stiano parlando di me, che occhieggino e indichino dalla mia parte e a un tratto mi sento come nuda, mi vedo blù in mezzo a questa gente rosa.  Ma nessuno mi guarda, nessuno mi nota, continuano a sussurrare e salmodiare in risposta al sacerdote e nella mia distorta, esagerata immaginazione sono tra miriadi di stuoie con sopra uomini piegati come capre che si alzano e si abbassano ritmicamente mentre un barbuto sacerdote snocciola un alfabeto la cui sola consonante è l'h aspirta e cantilena, cantilena, nel tanfo nauseabondo e dolciastro dell'oppio. E sono quasi certa che stia guardando me. Sento l'acqua che scorre ma non rieso a vederla tanta è la gente che vi si trova dentro immersa fino alla vita, fino al collo. Qualche cadavere galleggia nel mezzo e i bimbi più piccoli li spingono con bastoncini di cedro. Solo intorno a una vacca c'è un po' di posto libero e lì si può vedere l'acqua che non è acqua: è brodo primordiale, fango, sabbie mobili, petrolio; la discarica del mondo, il bengodi di ogni virus e batterio esistente e esistito. Amorfe forme di vita ancora sconosciute danzano al ritmo dei canti di battesimo nel Gange mentre i fedeli si purificano lo spirito e si infettano il corpo. Sembrano non apprezzare troppo la mia vicinanza alla vacca...  Sulla panca davanti alla mia un tizio con la kippah  e due enormi basette sta accendendo una fila di candele sulla spalliera davanti mentre la gente che ci stà appoggiata non se ne cura affatto poi estrae un libro sacro e inizia a snocciolare una nenia che somiglia a una lista della spesa. Accanto a lui un sioux, con un lungo copricapo di piume, batte ritmicamente sul tamburo emettendo un gemito dalle narici. Dall'altro lato della navata, tibetani dal cranio rasato e vesti lunghe e pesanti, in fila indiana sfilano come in passerella, avanti e indietro, avanti e indietro sfiorando con le mani i cilindri dorati che girano pesantemente emettendo un lungo suono vibrante. Da dietro l'altare vengono risate e grida di bambini e un po' da una parte un po' dall'altra, fan capolino ora l'enorme testa ora la lunga coda di un variopinto drago di cartapesta. Seduti sui gradini una miriade di bimbi neri con gonnellini di paglia e il viso dipinto di bianco ululano come coyote ai piccoli orientali sotto al drago.
I suoni si fondono, le nenie si uniscono, forme e colori si sovrappongono in una Babele di corpi e voci e sguardi e ogni singolo suono di questo caotico, cacofonico canto sale a formare un grido di follia.