Prologo
La maggior parte di noi, per non dire tutti, vive in uno stato di paura continua. Tanti senza neppure rendersene conto, accusano, al massimo, un “pochino di stress”ma poi hanno incubi orribili o brutti presentimenti il più delle volte falsi. Moltissimi soffrono d'ansia , attacchi di panico, miriadi sono i depressi, gli apatici, i rassegnati. Guardiamo agli altri invidiandoli e chiedendoci dove trovino tanta forza, tanta serenità, tanta gioia di vivere. Non le trovano. Questa è la paradossale realtà, le fingono soltanto.
A parte pochi, folli, saggi eletti, le persone non sono felici. Le persone stanno male. E' inutile che guardiate con invidia al vostro vicino, così tranquillo, realizzato, apparentemente così felice : lui sta male quanto voi, anche se non lo dà a vedere, e forse anche di più. Qualcuno si starà chiedendo : “Ma questa che sta dicendo ? Io sono felicissimo” Lieta per voi, ma non ci credo. Tutti hanno una spina (o più d'una) nel cuore al massimo possono ignorarla; se non è una spina è uno scheletro nell'armadio, un senso di colpa, un antico dolore o uno nuovo di zecca, una scarsa autostima, una insoddisfazione, una vita capitata per caso, un lavoro odiato, un sogno nel cassetto che ormai ha fatto la muffa, un rimpianto, un ricordo, un'ossessione. Qualcosa. Qualcuno magari starà obiettando che ci sono categorie felici per definizione, come i bambini o i giovani, felici, spensierati, incoscienti. Sbagliato. Nessuno è più capace di un bambino di provare paura. Nessuno è più arrabbiato, confuso, spaventato di un adolescente. Se soppesando la vostra infanzia e la vostra adolescenza sui due piedi vi state dicendo che sono state normalissime, banali anzi addirittura felici vuol dire che ne avete cancellate una buona parte. Ben per voi, ma non aiuta. Perché quello che davvero può rendervi felici è guardare in faccia la vostra tristezza.
Facciamo un gioco: avete trovato la lampada di Aladdino (si, con due d! E un po' di pazienza, che cavolo, ora ci arriviamo) e ora siete nella condizione di poter cambiare la vostra vita. Ma Aladdino, contrariamente a suo cugino, non vi regala cose come denaro, case ecc. vi da una vita come voi gliela chiedete, come voi gliela descrivete. Sbizzarritevi con i dettagli, ma cercate di tener presente che essendo un gioco, non è necessario farci rientrare niente e nessuno di quello che avete adesso, coniugi, figli, persone comunque care, lavoro, contesti, responsabilità e quant'altro lasciateli fuori dal gioco, come se non esistessero affatto. Ovvio che i sensi di colpa e la sensazione di perdita nell'immaginare una esistenza che taglia fuori gli affetti più cari vi limiteranno un pochino ma tanto è un gioco. Prendetevi del tempo per costruire il vostro castello in aria, magari ritagliandovi dei momenti della giornata in cui riuscite a restare soli o se proprio non vi è possibile fantasticateci a letto mentre cercate di prendere sonno che vi offre anche l'opportunità di sognarne di questa vita nuova. Senza strafare ovvero immaginarsi come Wonder Woman o come il re di Spagna non serve a niente. Deve essere una vita possibile, qualcosa che in altre circostanze e in altri contesti avreste potuto avere. Non è semplice. Molti non sanno neppure cosa avrebbero voluto dalla vita. Senza banalità, tanto non vi sente nessuno, non dichiariamo cose scontate come “vorrei una esistenza semplice e serena” se non è questo che davvero vorreste, né modeste “basta la salute” o “chi si contenta gode” che son tanto banali quanto false: è vero che se la salute manca è il primo pensiero, ma se siete sani come pesci di pensieri ve ne vengono miriadi, è vero che se non si può fare altro ci si accontenta ma se si può scegliere è meglio. Senza barare: non immaginate la vostra vita di adesso con qualche ritocchino in contanti, in gioventù e bellezza. Senza ossessioni : se odiate il vostro vicino (o simili) non immaginate di ucciderlo e passarla liscia o fargli tutto il male possibile altrettanto impunemente, questa non è una nuova vita è una degradante aggiunta alla solita. Concedetevi il lusso di sperimentare e provatene quante più vi aggradano, tutte quelle che vi saltano in mente. Prima o poi riuscirete a trovarne una, spesso più di una, che vi farà esclamare .”questo mi sarebbe davvero piaciuto”
Questo gioco si chiama “Comincia a conoscerti” se lo praticherete con costanza scoprirete su voi stessi tante cose che avete sempre ignorato, comincerete a concepirvi come una persona e non come il ruolo che avete assunto nella vita, scoprirete un universo di cose che vi possono interessare e alle quali non avete mai pensato di volgere l'attenzione. Romperete gli schemi di una esistenza fatta di routine. E' il primo necessario passo per vivere.
In questa pagina affronteremo l'abisso, scaveremo nelle nostre paure, nei nostri condizionamenti, nei limiti che altri hanno posto per noi. Cercheremo di capire perché stiamo soffrendo e come smettere di farlo. Passo dopo passo acquisteremo coscienza dell'abisso che ci osserva solo perché noi non abbiamo il coraggio di guardare nell'abisso.
Gli esseri umani sono creature della Terra. E' su questo pianeta che siamo spuntati come funghetti. In effetti anche i funghetti sono creature della Terra. Ma lo sono anche i vermi, le ciliegie, i bruchi, le farfalle, i cani, le scimmie, i rinoceronti..... Dove sto cercando di andare a parare? A far entrare nell'immaginario del lettore la vera natura umana, il suo essere solo uno dei tanti elementi che compongono la fauna spontanea del terzo pianeta dal Sole. Pianeta che ospita due categorie di forme viventi:flora e fauna; ma noialtri classificatori tendiamo generalmente a dare una maggiore importanza alla seconda delle due (probabilmente perché ne facciamo parte) e su tutta la stragrande moltitudine di specie che la compongono non dubita per un solo secondo che la propria sia la specie dominante. I motivi di questa convinzione non hanno a che vedere con orgoglio e superbia, ma sono legati alla evidenza dell'evoluzione: gli esseri umani sono dotati d'intelletto, hanno il pollice opponibile, sono in grado di modificare l'ambiente (e lo fanno, oh, se lo fanno!) edificano civiltà, posseggono arte,cultura, storia, fede, tradizioni, scienza.... Tutto questo è innegabile. Attualmente l'umanità è la specie dominante sul pianeta. Certo la nostra manciata di migliaia di anni di insediamento alla poltrona sono, per adesso, solo una briciola rispetto ai duecento milioni di anni detenuti dai sauri prima di noi o al miliardo circa della vita preistorica cellulare marina, ma diamo tempo al tempo. L'umanità (o quantomeno una parte) ha davvero compiuto un percorso notevole e i suoi membri sono oggi ( anche quì: quantomeno una parte) creature con caratteristiche uniche nel regno animale che possono giustamente e con orgoglio definirsi "la specie dominante" e sentirsi diverse e superiori alle altre creature viventi, proprio in virtù di tali qualità. Dunque dove sta il problema? I problemi principalmente sono due. Il primo è che l'evoluzione ha coinvolto solo un umano su venti (è una stima approssimativa), lo sviluppo mentale non è uniforme e per ogni uomo civile ce ne sono diciotto allo stato selvatico che vivono nella civiltà a rimorchio di coloro che lottano per costruirla. Il secondo problema è che il cervello della totalità dei soggetti, si è evoluto sviluppandosi da uno stato primordiale al quale si sono aggiunte parti e strati a seconda della bisogna ma le componenti più antiche non sono scomparse, sono rimaste e sono tuttora componenti essenziali che svolgono i loro originari compiti. Abbiamo dunque, insaccati accanto nella stessa scatola cranica, arte e istinto, tenerezza e crudeltà, egoismo e generosità, fratellanza e istinto assassino (fidatevi, c'è). Alla sete di conoscenza si contrappone la piena soddisfazione nel soddisfacimento dei più semplici bisogni primari. In parole povere in noi albega ancora l'animale dal quale ci siamo evoluti. Quale che sia questa bestiola, se la scimmietta che ci viene insegnato a scuola o un altro ominide ancora non definito, è comunque tuttora una parte della nostra personalità. Vive in noi nascosto da strati di civilizzazione stesi come vernice uno sull'altro. Ed è uno dei maggiori artefici della nostra infelicità. Basta immaginarsi quale doveva essere la sua esistenza al tempo in cui era solo se stesso e non un antico retaggio nascosto tra le pieghe svolazzanti di una personalita complessa di essere evoluto. Viveva libero. Si godeva la sua tana, il suo cibo, il suo sesso. Non quantificava il tempo, forse non ne aveva che una blanda consapevolezza con il ciclo di veglia e sonno, buio e luce, che comunque poteva tranquillamente decidere di ignorare e dormire intere giornate o restarsene sveglio fino a crollare svenuto se gli girava così. Il suo "lavoro", consistendo nella ricerca continua e costante del soddisfacimento dei suoi bisogni, poteva essere svolto in qualunque momento, o in nessuno se riusciva a fare a meno del necessario per qualche tempo. Magari godeva anche di un periodo di letargo, ma non ci sono altri indizi al riguardo che la stanchezza e il malumore che colpiscono molti di noi con l'arrivo della brutta stagione. Non possedeva nessun fede e così nessun senso di colpa, nessuna morale imposta, nessun tabù, nessuna paura dell'oltretomba, anche perchè probabilmente il concetto di morte era ancora parecchio vago. E' convinzione di chiscrive, ma ognuno è libero di vederla come più gli piace, che non fosse nemmeno monogamo, altrimenti non si spiegherebbe perchè l'odierna razza umana sente così impellente il richiamo al tradimento. Viveva molto meno di adesso e questo, se da una parte è spiacevole, porta comunque con se qualche vantaggio : vecchiaie brevi con minori sofferenze, adulti affrancati in toto dalla famiglia d'origine, giovane prole autosufficiente in fretta, meno tempo per contrarre tutte quelle patologie che affliggono gli anziani. Capisco, detto così sembra un po' cinico, ma mentre scrivo immagino la vita selvatica di animali comuni ai tempi odierni e non riesco a immaginare un pachiderma o una volpe o qualunque altro animale che, ormai anziano venga assistito dai figli, imboccato e aiutato dalla badante. Come non posso immaginare (nonostante gli infiniti cartoni animati e favole che mi sono sorbita) gli stessi animali andare al lavoro timbrando il cartellino, far la spesa col carrello e la fila alla cassa del supermercato, guardare con ansia l'orologio, sfinirsi per pagare le bollette, rinchiudersi in automobili per lunghe code ai caselli autostradali, struggersi per il colore delle tende nel bagno. Non posso pensare a una femmina di mammifero che ignora ogni giovane maschio nei dintorni perché fedele al capobranco Alfa (sesso sempre il sesso, vuoi vedere che Freud aveva ragione?) Fatto sta che pur decidendo di ignorare le nostre origini, siamo e restiamo comunque degli animali. E abbiamo deciso di vivere al di sopra della nostra natura. Questo è un motivo più che valido di infelicità. Naturalmente non sto suggerendo di strapparsi i vestiti di dosso e correre nudi per i boschi mangiando radici strappandole con la bocca acquattati a quattro zampe. Neppure penso sarebbe un bene prendere i nostri migliaia di anni di storia e di cultura e farne un bel falò con tutta la scienza e le conoscenze ottenute. Oltre che infattibile sarebbe anche assolutamente idiota. Quello che si può fare è semplicemente prendere atto della bestiola in noi e cercare di andare incontro anche ai suoi bisogni. Rendiamoci conto che l'egoismo non è un demone della peggior specie, ma solo una condizione naturale e mettiamo noi stessi al centro del nostro mondo, perché questa è la realtà, ognuno deve essere l'artefice della propria felicità e solo della propria. Prendiamo esempio dagli animali e cominciamo a pensare per prima cosa a noi stessi.
Un tempo, quando la maestra doveva lasciare incustoditi i suoi alunni, lasciava uno di loro, in genere il coccolino, a sorvegliare gli altri; armato di gesso, in piedi alla lavagna divisa in due con una riga più o meno dritta che serviva a formare le due distinte liste di alunni: i disciplinati e silenziosi e i Giamburrasca. In realtà, la maestra non si rendeva conto di stare gettando fin da allora nelle malleabili psiche dei suoi piccoli preferiti i semi di ciò che presto sarebbe germogliato in piacere per l'abuso di potere. Ma tant'è. Godendo probabilmente come ricci, a un età in cui altri più intensi piaceri sono ancora al di là da venire, i piccoli vigilantes, un po' annoiati dopo i primi minuti in cui la classe si comporta benissimo, iniziano a guardarsi intorno per cercare un motivo per poter includere qualche nome - almeno un paio insomma!- nella lista dei punibili; non trovando niente di meglio ci inscrivono un compagno perché sta masticando, un'altro perché si è alzato a gettare una carta, un terzo perché sorride in un modo che al guardiano improvvisato sembra di scherno nei suoi confronti. Al suo ritorno, l'adulta responsabile, si sente in dovere di gratificare il lavoro svolto così scrupolosamente dal piccolo capò e punisce effettivamente i nominati, quel che è giusto è giusto e poi, senza il timore della punizione la prossima volta la classe salterebbe in aria. Nonostante la coscienza pulita i piccoli penitenti si sentono in colpa, convinti a loro volta di avere più che meritato sia la nomination che la conseguente punizione; perché? Perché lo dicono gli altri. Dove andiamo a cadere con questo nostalgico tuffo nei ricordi? A esplorare le tante e varie radici delle nostre infelicità. Tutti noi soffriamo di sensi di colpa (se la piantate di negare a ogni piè sospinto e accettate finalmente il fatto di possedere un subconscio che il più delle volte è in disaccordo con voi, è più utile) che cerchiamo di tacitare mettendo in atto comportamenti che altrimenti non adotteremmo mai, comportamenti altruistici, generosi, amorevoli verso il nostro prossimo. In altre parole cerchiamo, per quanto ci è possibile, di essere "Buoni". Ma buoni per chi? Buoni in base a quali criteri? Cos'è "buono" e cosa "cattivo" ? Viviamo in una società regolata da un diritto scritto nero su bianco, questo è necessario per poter aspirare a una pacifica convivenza; occorre tenere presente che esistono regole, obblighi e divieti,la violazione dei quali comporta una punizione anch'essa scritta già nero su bianco. Ma il diritto non regola ogni aspetto delle attività umane. Non sarebbe possibile. E non sarebbe giusto. Vi sono infinite cose che sono lasciate alla decisione del singolo e fare o non fare, approvare o meno, dipende solo ed esclusivamente dalla coscienza di ognuno. Amare il prossimo, ad esempio, non è obbligatorio di legge. E' proibito casomai il contrario, ma solo nel caso decideste di dar corpo al vostro odio danneggiando l'oggetto del medesimo, che so? Graffiandogli l'auto, stuprandogli la moglie, uccidendolo... Ma se vi limitate ad odiarlo tenendovene a debita distanza non c'è legge che possa punirvi e di sicuro non c'è legge che possa obbligarvi ad amarlo. Fare beneficenza non è obbligatorio. Occuparsi del sociale non è obbligatorio. Amare gli animali, nemmeno; adorare i bambini (specie quelli degli altri), essere disinteressati, altruisti, generosi, esultare per l'altrui felicità neanche. E la lista potrebbe proseguire all'infinito. Eppure, ci sforziamo, e spesso con risultati mediocri, di provare tutti questi buoni sentimenti, vogliamo assolutamente essere buoni. Questa continua lotta interiore è massacrante, anche se non ve ne rendete conto vi ciuccia via energie preziose, fomenta i vostri sensi di colpa e vi toglie la lucidità di pensare in modo libero e costruttivo. Sarebbe ora di chiedersi davvero se i vostri sentimenti sono così cattivi e cattivi per chi? Una bella infarinatura sulla distinzione tra bene e male ce l'hanno fornita con il catechismo, peccati capitali e virtù cardinali son capaci tutti, o quasi, di recitarli a memoria. E allora vediamoli e domandiamoci per quali criteri dovremmo accettare la catalogazione in bene o male. L'accidia, che molti non sanno nemmeno che significhi, ma se lo sapessero concorderebbero che è male, è la pigrizia, l'indolenza accompagnata alla noia, una sorta di insoddisfazione perenne che spinge a cercare sempre cose nuove e a non assumersi responsabilità. In cosa questo sarebbe un male qualcuno me lo dovrebbe spiegare. Non è obbligatorio sposarsi mettere al mondo dei figli trovarsi un lavoro fisso ed essere monogami, se il vostro desiderio è girare il mondo zaino in spalla e vivere solo per voi stessi non esiste legge che ve lo può impedire. Certo è che se ormai siete sposati da dieci anni e avete messo al mondo sette o otto pargoli qualche responsabilità ve la siete già assunta e non c'è molto da fare per rimediare se non aspettare che il tempo ve ne liberi in modo naturale e poi, se ve la sentite ancora comprarvi uno zaino. L'ira è un altro peccato, di sicuro non vi fa bene alle coronarie e se ve la lasciate scappare di mano può mettervi nei pasticci però nessuno si incazza senza un motivo, se vi siete arrabbiati evidentemente qualcuno vi ha provocato, prendersela per una provocazione è un male solo se vi fa finire dietro le sbarre, è una questione di controllo non di bene o male. La superbia, l'esasperazione dell'Io, il sentirsi superiori a chiunque altro... probabilmente lo siete, un minimo di autocritica ce l'ha anche il gatto, certo il lasciarlo trasparire non agevola i rapporti personali, ma se vi sentite superiori a qualcuno, serve a poco sentirsene in colpa, è più utile non sbatterlo in faccia. Gola e lussuria chi ha detto che sono mali deve avere avuto una vita miserevole, e ben gli sta. Avarizia e invidia non sono peccati, sono sentimenti più che naturali per ogni specie animale, non vedo come noi potremmo esserne esenti; ciò che è mio, è mio e non vedo perché dovrei privarmene "volentieri" per darlo a un altro e dall'alto del mio metro e mezzo poco più, guardando al di là del mio naso a patata attraverso le lenti da miope che mi accompagnano dall'infanzia l'ennesima trasmissione o pubblicità della ormai onnipresente Belen, dovrei sentirmi felice per lei? Ma per piacere.... Le virtù ce le possiamo risparmiare, almeno le prime tre: Prudenza giustizia e fortezza tutte volte a ricercare il volere di Dio a discapito del nostro, degna di nota magari la Temperanza, ovvero il ripudio di tutto ciò che potrebbe rendere godibile questa vita in preparazione della felicità nella prossima.... ok, ok,qua si stava un po' vaneggiando. Finiti gli agganci biblici. Cosa ci resta da fare? Meditare su cosa ci fa sentire cattivi e ci costringe a violentarci per evitarlo. Siete xenofobi? Nessuno vi obbliga ad amare gli stranieri, certo è meglio se evitate di dar loro fuoco ma è inutile costringersi ad accogliere in casa i profughi dal Senegal, se non li amate ora non li amerete di più dopo un mese di convivenza forzata. Siete gelosi, avidi, indifferenti alle sofferenze altrui, intollerante, narcisista, omofobico, sesso dipendente, odiate gli animali e pure i bambini, il Natale vi fa schifo, le fatine vi ripugnano, i coniglietti puffosi vi piacciono al forno con le patate, far regali è contro la vostra natura, l'elemosina peggio che andar di notte, la colletta alimentare vi dà l'orticaria, un euro con un sms non lo mandate nemmeno sotto tortura, godete nell'immaginare di bucare le ruote allo stronzo che vi ha appena fregato il parcheggio, in fila alla cassa non fate passare nemmeno una novantanovenne con in mano solo una pera, e chi più ne ha più ne metta? E con ciò? Ognuno è quello che è e non ne può farne a meno. Finché rimanete nella legalità potete essere quello che volete, quello che siete, e provare ogni ributtante (a giudizio altrui) sentimento il vostro cuore vi ispiri. Tranne il senso di colpa, quello sì che è male.
Partiamo dall'immatricolazione
Per quanto noioso, lungo e scontato, partire dall'inizio è purtroppo necessario, tanto nessuno può impedire al lettore di saltare interi paragrafi se gli aggrada.
Dunque, l'inizio... Non sappiamo granché sui sentimenti e sulle sensazioni delle cellule uovo e degli spermatozoi perciò passiamo direttamente alla nascita con un unico appunto sulla vita prenatale: il piccolo in pancia sente i suoni e gli stati d'animo della madre dunque vivere il tempo della propria gestazione in un contesto da Mulino Bianco o nell'inferno di Haiti non sono proprio la medesima cosa. La nascita di per sé è ovviamente un gran brutto momento: sfrattati da un rifugio caldo e sicuro che si credeva il nostro posto nel mondo, che era “tutto” il nostro mondo, siamo stati spremuti a forza di schiacciamenti in un posto freddo e sconosciuto, privati del contesto familiare e costretti su due piedi (sui quali ancora non solo non poggiamo ma non ne sappiamo nemmeno molto a parte forse il sapore gustato in qualche casuale ciucciatina in posizione fetale) e con metodi da Gestapo a respirare aria, annaspando terrorizzati nel vuoto di liquido amniotico, come pesci appena pescati; toccati e voltolati da cose giunte da chissà dove,noi, che eravamo perfettamente felici nel nostro isolamento in solitudine. Giusto qualche giorno per adattarsi al nuovo stato di cose, in fondo mangiare, respirare, defecare anche, sono sensazioni piacevoli e arrivano proprio quando serve. E il nostro “mondo perduto” non è perduto del tutto: sentiamo ancora il suono di quel battito cardiaco e il calore e le canzoncine che ascoltavamo adesso le sentiamo più forti e chiare solo che non riusciamo a spiegarci perché adesso tutto il contesto è a intermittenza, ma quando la disperazione ci sopraffà basta gridare -che è poi l'unica cosa che abbiam capito come fare- e il mondo perduto torna ad accoglierci in sé. In breve cominciamo a esercitare quest'unica opzione che abbiamo anche al di fuori delle necessità per il solo piacere di ritrovarci nel nostro lost world. Ma mentre il cervello continua a maturare cominciamo a renderci conto di un punto fondamentale, punto che a voler essere pignoli, sarà la causa di ogni malessere in cui incapperemo: Noi siamo noi, tutto il resto è altro. Gli psicologi infantili (l'aggettivo si riferisce ai pazienti, non indica degli specialisti immaturi) indicano questo obiettivo come il primo fondamentale passo per lo sviluppo, io lo chiamerei la seconda e definitiva cacciata dal paradiso (se fossi credente). E' a questo punto, come se già non se ne fosse passate abbastanza per due spalline tanto poco robuste, che cominciano i veri guai. Il riconoscimento di sé si porta dietro la consapevolezza della necessità del “altro da sé” e di conseguenza tutta una lunga teoria di paure incatenate una all'altra per tutta la durata della nostra infanzia, cominciando dalla paura dell'abbandono, il terrore della solitudine, la necessità di compiacere (nel tentativo di evitare i primi due) il bisogno di certezze a braccetto con il desiderio di riconoscimento e la ricerca spasmodica d'amore e di conferme. A condire il tutto -quadro di per se già sufficientemente terrorizzante- l'inevitabile tortura quotidiana dell'educazione. A partire dalle norme fondamentali impartite fin dalla più tenera età ( “non si tocca!” “Mangia!” “Cattivo!” “Fa la bua!” “E' sporco!” “Morde!”) condite o meno di accompagnamento di sculaccioni, si passa all'educational “favole primi anni” veri e propri racconti horror per under 10, si passa attraverso la gioiosa esperienza della separazione, destinazione asilo e giusto quando cominciavamo a farci il callo e a trovarlo quasi divertente, ennesima separazione, destinazione scuola elementare. Quello che può fare l'esperienza della scuola a una psiche ancora così tenera e malleabile ci vorrebbe del tempo a elencarlo tutto, uscirne più o meno indenni è questione di fortuna dipenderà da chi ci si trova, insegnanti più o meno comprensivi e preparati, compagni più o meno teppisti in erba.
Ma quello che nella scuola (ma anche in famiglia) davvero danneggerà in modo permanente le nostre esistenze saranno l'insegnamento della morale e della religione. Questo non vuole essere un attacco ne alla morale, ne alla religione, ma semplicemente la rilevazione di dati di fatto; sia l'una che l'altra agiranno in modo da sopprimere in noi ogni istinto naturale cercando di farci sentire, al limite di saturazione che il carattere di ognuno può tollerare, in colpa per qualunque cosa e dato che alcuni istinti sono davvero insopprimibili,finiremo per sentirci anche persone malvagie e pertanto immeritevoli d'amore. Solo per il fatto di nascere ci siam portati appresso il peccato originale, ma qualche anima buona fortunatamente ce l'ha tolto, però ci spiegano per benino il concetto di peccato e ancora meglio l'enorme pericolo insito nel caderci dentro. Impariamo così che gustarsi il cibo è un peccato ed è amorale che noi ne abbiamo così tanto da sciuparlo mentre c'è chi non ne ha per niente. Impariamo che piacersi ed essere soddisfatti di se stessi è un altro peccato e la morale sottolinea che essere umili obbedienti e sottomessi è un comportamento più adeguato. Alla fine delle elementari, alla soglia della pubertà, non sarà rimasto niente della personalità che avevamo il primo giorno di scuola, se non un ego nascosto che scontrandosi con la personalità artificiale che ci hanno costruito addosso comincia già a edificare le nostre psicosi.
Il mio primo pensiero sono io
Gli esseri umani sono creature della Terra. E' su questo pianeta che siamo spuntati come funghetti. In effetti anche i funghetti sono creature della Terra. Ma lo sono anche i vermi, le ciliegie, i bruchi, le farfalle, i cani, le scimmie, i rinoceronti..... Dove sto cercando di andare a parare? A far entrare nell'immaginario del lettore la vera natura umana, il suo essere solo uno dei tanti elementi che compongono la fauna spontanea del terzo pianeta dal Sole. Pianeta che ospita due categorie di forme viventi:flora e fauna; ma noialtri classificatori tendiamo generalmente a dare una maggiore importanza alla seconda delle due (probabilmente perché ne facciamo parte) e su tutta la stragrande moltitudine di specie che la compongono non dubita per un solo secondo che la propria sia la specie dominante. I motivi di questa convinzione non hanno a che vedere con orgoglio e superbia, ma sono legati alla evidenza dell'evoluzione: gli esseri umani sono dotati d'intelletto, hanno il pollice opponibile, sono in grado di modificare l'ambiente (e lo fanno, oh, se lo fanno!) edificano civiltà, posseggono arte,cultura, storia, fede, tradizioni, scienza.... Tutto questo è innegabile. Attualmente l'umanità è la specie dominante sul pianeta. Certo la nostra manciata di migliaia di anni di insediamento alla poltrona sono, per adesso, solo una briciola rispetto ai duecento milioni di anni detenuti dai sauri prima di noi o al miliardo circa della vita preistorica cellulare marina, ma diamo tempo al tempo. L'umanità (o quantomeno una parte) ha davvero compiuto un percorso notevole e i suoi membri sono oggi ( anche quì: quantomeno una parte) creature con caratteristiche uniche nel regno animale che possono giustamente e con orgoglio definirsi "la specie dominante" e sentirsi diverse e superiori alle altre creature viventi, proprio in virtù di tali qualità. Dunque dove sta il problema? I problemi principalmente sono due. Il primo è che l'evoluzione ha coinvolto solo un umano su venti (è una stima approssimativa), lo sviluppo mentale non è uniforme e per ogni uomo civile ce ne sono diciotto allo stato selvatico che vivono nella civiltà a rimorchio di coloro che lottano per costruirla. Il secondo problema è che il cervello della totalità dei soggetti, si è evoluto sviluppandosi da uno stato primordiale al quale si sono aggiunte parti e strati a seconda della bisogna ma le componenti più antiche non sono scomparse, sono rimaste e sono tuttora componenti essenziali che svolgono i loro originari compiti. Abbiamo dunque, insaccati accanto nella stessa scatola cranica, arte e istinto, tenerezza e crudeltà, egoismo e generosità, fratellanza e istinto assassino (fidatevi, c'è). Alla sete di conoscenza si contrappone la piena soddisfazione nel soddisfacimento dei più semplici bisogni primari. In parole povere in noi albega ancora l'animale dal quale ci siamo evoluti. Quale che sia questa bestiola, se la scimmietta che ci viene insegnato a scuola o un altro ominide ancora non definito, è comunque tuttora una parte della nostra personalità. Vive in noi nascosto da strati di civilizzazione stesi come vernice uno sull'altro. Ed è uno dei maggiori artefici della nostra infelicità. Basta immaginarsi quale doveva essere la sua esistenza al tempo in cui era solo se stesso e non un antico retaggio nascosto tra le pieghe svolazzanti di una personalita complessa di essere evoluto. Viveva libero. Si godeva la sua tana, il suo cibo, il suo sesso. Non quantificava il tempo, forse non ne aveva che una blanda consapevolezza con il ciclo di veglia e sonno, buio e luce, che comunque poteva tranquillamente decidere di ignorare e dormire intere giornate o restarsene sveglio fino a crollare svenuto se gli girava così. Il suo "lavoro", consistendo nella ricerca continua e costante del soddisfacimento dei suoi bisogni, poteva essere svolto in qualunque momento, o in nessuno se riusciva a fare a meno del necessario per qualche tempo. Magari godeva anche di un periodo di letargo, ma non ci sono altri indizi al riguardo che la stanchezza e il malumore che colpiscono molti di noi con l'arrivo della brutta stagione. Non possedeva nessun fede e così nessun senso di colpa, nessuna morale imposta, nessun tabù, nessuna paura dell'oltretomba, anche perchè probabilmente il concetto di morte era ancora parecchio vago. E' convinzione di chiscrive, ma ognuno è libero di vederla come più gli piace, che non fosse nemmeno monogamo, altrimenti non si spiegherebbe perchè l'odierna razza umana sente così impellente il richiamo al tradimento. Viveva molto meno di adesso e questo, se da una parte è spiacevole, porta comunque con se qualche vantaggio : vecchiaie brevi con minori sofferenze, adulti affrancati in toto dalla famiglia d'origine, giovane prole autosufficiente in fretta, meno tempo per contrarre tutte quelle patologie che affliggono gli anziani. Capisco, detto così sembra un po' cinico, ma mentre scrivo immagino la vita selvatica di animali comuni ai tempi odierni e non riesco a immaginare un pachiderma o una volpe o qualunque altro animale che, ormai anziano venga assistito dai figli, imboccato e aiutato dalla badante. Come non posso immaginare (nonostante gli infiniti cartoni animati e favole che mi sono sorbita) gli stessi animali andare al lavoro timbrando il cartellino, far la spesa col carrello e la fila alla cassa del supermercato, guardare con ansia l'orologio, sfinirsi per pagare le bollette, rinchiudersi in automobili per lunghe code ai caselli autostradali, struggersi per il colore delle tende nel bagno. Non posso pensare a una femmina di mammifero che ignora ogni giovane maschio nei dintorni perché fedele al capobranco Alfa (sesso sempre il sesso, vuoi vedere che Freud aveva ragione?) Fatto sta che pur decidendo di ignorare le nostre origini, siamo e restiamo comunque degli animali. E abbiamo deciso di vivere al di sopra della nostra natura. Questo è un motivo più che valido di infelicità. Naturalmente non sto suggerendo di strapparsi i vestiti di dosso e correre nudi per i boschi mangiando radici strappandole con la bocca acquattati a quattro zampe. Neppure penso sarebbe un bene prendere i nostri migliaia di anni di storia e di cultura e farne un bel falò con tutta la scienza e le conoscenze ottenute. Oltre che infattibile sarebbe anche assolutamente idiota. Quello che si può fare è semplicemente prendere atto della bestiola in noi e cercare di andare incontro anche ai suoi bisogni. Rendiamoci conto che l'egoismo non è un demone della peggior specie, ma solo una condizione naturale e mettiamo noi stessi al centro del nostro mondo, perché questa è la realtà, ognuno deve essere l'artefice della propria felicità e solo della propria. Prendiamo esempio dagli animali e cominciamo a pensare per prima cosa a noi stessi.Buoni e Cattivi
Un tempo, quando la maestra doveva lasciare incustoditi i suoi alunni, lasciava uno di loro, in genere il coccolino, a sorvegliare gli altri; armato di gesso, in piedi alla lavagna divisa in due con una riga più o meno dritta che serviva a formare le due distinte liste di alunni: i disciplinati e silenziosi e i Giamburrasca. In realtà, la maestra non si rendeva conto di stare gettando fin da allora nelle malleabili psiche dei suoi piccoli preferiti i semi di ciò che presto sarebbe germogliato in piacere per l'abuso di potere. Ma tant'è. Godendo probabilmente come ricci, a un età in cui altri più intensi piaceri sono ancora al di là da venire, i piccoli vigilantes, un po' annoiati dopo i primi minuti in cui la classe si comporta benissimo, iniziano a guardarsi intorno per cercare un motivo per poter includere qualche nome - almeno un paio insomma!- nella lista dei punibili; non trovando niente di meglio ci inscrivono un compagno perché sta masticando, un'altro perché si è alzato a gettare una carta, un terzo perché sorride in un modo che al guardiano improvvisato sembra di scherno nei suoi confronti. Al suo ritorno, l'adulta responsabile, si sente in dovere di gratificare il lavoro svolto così scrupolosamente dal piccolo capò e punisce effettivamente i nominati, quel che è giusto è giusto e poi, senza il timore della punizione la prossima volta la classe salterebbe in aria. Nonostante la coscienza pulita i piccoli penitenti si sentono in colpa, convinti a loro volta di avere più che meritato sia la nomination che la conseguente punizione; perché? Perché lo dicono gli altri. Dove andiamo a cadere con questo nostalgico tuffo nei ricordi? A esplorare le tante e varie radici delle nostre infelicità. Tutti noi soffriamo di sensi di colpa (se la piantate di negare a ogni piè sospinto e accettate finalmente il fatto di possedere un subconscio che il più delle volte è in disaccordo con voi, è più utile) che cerchiamo di tacitare mettendo in atto comportamenti che altrimenti non adotteremmo mai, comportamenti altruistici, generosi, amorevoli verso il nostro prossimo. In altre parole cerchiamo, per quanto ci è possibile, di essere "Buoni". Ma buoni per chi? Buoni in base a quali criteri? Cos'è "buono" e cosa "cattivo" ? Viviamo in una società regolata da un diritto scritto nero su bianco, questo è necessario per poter aspirare a una pacifica convivenza; occorre tenere presente che esistono regole, obblighi e divieti,la violazione dei quali comporta una punizione anch'essa scritta già nero su bianco. Ma il diritto non regola ogni aspetto delle attività umane. Non sarebbe possibile. E non sarebbe giusto. Vi sono infinite cose che sono lasciate alla decisione del singolo e fare o non fare, approvare o meno, dipende solo ed esclusivamente dalla coscienza di ognuno. Amare il prossimo, ad esempio, non è obbligatorio di legge. E' proibito casomai il contrario, ma solo nel caso decideste di dar corpo al vostro odio danneggiando l'oggetto del medesimo, che so? Graffiandogli l'auto, stuprandogli la moglie, uccidendolo... Ma se vi limitate ad odiarlo tenendovene a debita distanza non c'è legge che possa punirvi e di sicuro non c'è legge che possa obbligarvi ad amarlo. Fare beneficenza non è obbligatorio. Occuparsi del sociale non è obbligatorio. Amare gli animali, nemmeno; adorare i bambini (specie quelli degli altri), essere disinteressati, altruisti, generosi, esultare per l'altrui felicità neanche. E la lista potrebbe proseguire all'infinito. Eppure, ci sforziamo, e spesso con risultati mediocri, di provare tutti questi buoni sentimenti, vogliamo assolutamente essere buoni. Questa continua lotta interiore è massacrante, anche se non ve ne rendete conto vi ciuccia via energie preziose, fomenta i vostri sensi di colpa e vi toglie la lucidità di pensare in modo libero e costruttivo. Sarebbe ora di chiedersi davvero se i vostri sentimenti sono così cattivi e cattivi per chi? Una bella infarinatura sulla distinzione tra bene e male ce l'hanno fornita con il catechismo, peccati capitali e virtù cardinali son capaci tutti, o quasi, di recitarli a memoria. E allora vediamoli e domandiamoci per quali criteri dovremmo accettare la catalogazione in bene o male. L'accidia, che molti non sanno nemmeno che significhi, ma se lo sapessero concorderebbero che è male, è la pigrizia, l'indolenza accompagnata alla noia, una sorta di insoddisfazione perenne che spinge a cercare sempre cose nuove e a non assumersi responsabilità. In cosa questo sarebbe un male qualcuno me lo dovrebbe spiegare. Non è obbligatorio sposarsi mettere al mondo dei figli trovarsi un lavoro fisso ed essere monogami, se il vostro desiderio è girare il mondo zaino in spalla e vivere solo per voi stessi non esiste legge che ve lo può impedire. Certo è che se ormai siete sposati da dieci anni e avete messo al mondo sette o otto pargoli qualche responsabilità ve la siete già assunta e non c'è molto da fare per rimediare se non aspettare che il tempo ve ne liberi in modo naturale e poi, se ve la sentite ancora comprarvi uno zaino. L'ira è un altro peccato, di sicuro non vi fa bene alle coronarie e se ve la lasciate scappare di mano può mettervi nei pasticci però nessuno si incazza senza un motivo, se vi siete arrabbiati evidentemente qualcuno vi ha provocato, prendersela per una provocazione è un male solo se vi fa finire dietro le sbarre, è una questione di controllo non di bene o male. La superbia, l'esasperazione dell'Io, il sentirsi superiori a chiunque altro... probabilmente lo siete, un minimo di autocritica ce l'ha anche il gatto, certo il lasciarlo trasparire non agevola i rapporti personali, ma se vi sentite superiori a qualcuno, serve a poco sentirsene in colpa, è più utile non sbatterlo in faccia. Gola e lussuria chi ha detto che sono mali deve avere avuto una vita miserevole, e ben gli sta. Avarizia e invidia non sono peccati, sono sentimenti più che naturali per ogni specie animale, non vedo come noi potremmo esserne esenti; ciò che è mio, è mio e non vedo perché dovrei privarmene "volentieri" per darlo a un altro e dall'alto del mio metro e mezzo poco più, guardando al di là del mio naso a patata attraverso le lenti da miope che mi accompagnano dall'infanzia l'ennesima trasmissione o pubblicità della ormai onnipresente Belen, dovrei sentirmi felice per lei? Ma per piacere.... Le virtù ce le possiamo risparmiare, almeno le prime tre: Prudenza giustizia e fortezza tutte volte a ricercare il volere di Dio a discapito del nostro, degna di nota magari la Temperanza, ovvero il ripudio di tutto ciò che potrebbe rendere godibile questa vita in preparazione della felicità nella prossima.... ok, ok,qua si stava un po' vaneggiando. Finiti gli agganci biblici. Cosa ci resta da fare? Meditare su cosa ci fa sentire cattivi e ci costringe a violentarci per evitarlo. Siete xenofobi? Nessuno vi obbliga ad amare gli stranieri, certo è meglio se evitate di dar loro fuoco ma è inutile costringersi ad accogliere in casa i profughi dal Senegal, se non li amate ora non li amerete di più dopo un mese di convivenza forzata. Siete gelosi, avidi, indifferenti alle sofferenze altrui, intollerante, narcisista, omofobico, sesso dipendente, odiate gli animali e pure i bambini, il Natale vi fa schifo, le fatine vi ripugnano, i coniglietti puffosi vi piacciono al forno con le patate, far regali è contro la vostra natura, l'elemosina peggio che andar di notte, la colletta alimentare vi dà l'orticaria, un euro con un sms non lo mandate nemmeno sotto tortura, godete nell'immaginare di bucare le ruote allo stronzo che vi ha appena fregato il parcheggio, in fila alla cassa non fate passare nemmeno una novantanovenne con in mano solo una pera, e chi più ne ha più ne metta? E con ciò? Ognuno è quello che è e non ne può farne a meno. Finché rimanete nella legalità potete essere quello che volete, quello che siete, e provare ogni ributtante (a giudizio altrui) sentimento il vostro cuore vi ispiri. Tranne il senso di colpa, quello sì che è male.